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La “grande trasformazione” del lavoro: perché questo blog

È lunedì mattina. Suona la sveglia. Mario indossa la sua amata odiata tuta blu ed esce di casa. Pronto per una nuova settimana di lavoro. Varcati i cancelli della fabbrica, timbra il cartellino. Si reca al posto di lavoro: quel posto che sente suo come una proprietà e che non abbandonerà per tutto il giorno, per tutta la settimana, forse per tutta la vita. Per vivere e mantenere la moglie Teresa, casalinga, e i suoi tre figli, fa l’operaio. Il suo mestiere è quello dell’assemblatore. La sua mansione è identica giorno dopo giorno: meccanica, ripetitiva, eppure fondamentale nella catena di montaggio. Ogni tanto passa il capo reparto. Si salutano. C’è rispetto reciproco ma anche distacco: Mario sa cosa vuole esattamente da lui l’azienda per cui lavora e anche i suoi responsabili sanno esattamente cosa Mario deve dare a loro, con tempi di lavorazione misurati in modo scientifico e un salario uguale per lui e tutti gli altri assemblatori che lavorano in Italia nello stesso settore produttivo.

 

Quella di Mario è una storia come tante, molto comune solo trent’anni fa, di quella moltitudine operaia indistinta che animava (e ancora anima) la vecchia fabbrica fordista. Quello che vogliamo raccontare in questo nuovo blog è esattamente l’opposto: quel lavoro postmoderno, non ancora rappresentato dai media e ancora senza rappresentanza politica e sindacale, che è invisibile ai più pur essendo oramai regola e non più eccezione e tanto meno deroga allo standard produttivo del Novecento.

Cinquant’anni fa un economista ungherese, Karl Polanyi pubblicava un libro destinato a un grande successo postumo: “La grande trasformazione”, che narra l’ascesa e la caduta del capitalismo liberale moderno. Noi prendiamo in prestito le parole di Polanyi per descrivere cosa sta accadendo nel mondo di oggi.

 

Polanyi parla del lavoro come merce, noi vogliamo raccontare del lavoro come risorsa, non solo per l’economia, ma per la persona stessa. Vogliamo raccontare della nuova grande trasformazione del lavoro. Che non è più solo subordinato, povero di contenuti qualificanti e ripetitivo, ma sempre di più autonomo, creativo e professionalmente ricco. Che non è solo di grandi aziende, ma di neonate start-up. Non più luogo di scontri perenni e di ideologie, ma di partecipazione ad un obiettivo comune.

 

Produzioni sempre più accurate, con impiego di tecnologie altamente innovative, impongono un aggiornamento continuo delle competenze dei lavoratori, operai inclusi. Il contratto di lavoro subordinato è messo in crisi dalla crescita di processi di esternalizzazione, dal ricorso a collaborazioni professionali autonome e a progetto, dalla diffusione di reti di impresa.

 

Le persone, dunque, acquistano una importanza strategica nel governo e nella implementazione di processi di produzione che hanno durate brevi, se non brevissime. Ogni singolo componente della impresa, necessita un continuo adattamento e aggiornamento professionale, relazionale e persino culturale.

 

Tutto ciò, nel linguaggio sociologico, è riassunto in una categoria: il post-fordismo. In questo spazio vogliamo raccontare le sue sfide, le sue storie, i suoi limiti.

 

Uno di questi è quello di non trovare una adeguata rappresentazione nella legislazione vigente, ancora ferma al prototipo di un processo produttivo statico e massificato, con rigide logiche di gerarchia e subordinazione. È emblematica la norma simbolo del diritto del lavoro italiano, quello Statuto dei diritti dei lavoratori ritenuto immutabile almeno da una parte del sindacato anche se pensato per regolare un modello di impresa che oggi non esiste più.

 

Le voci a cui daremo spazio saranno quelle di giovani ricercatori “industriali”, che sono immersi in questo nuovo paradigma perché svolgono la loro attività nei luoghi di lavoro, insieme ai dottorandi della Scuola di alta formazione di ADAPT, un centro studi fondato nel 2000 da Marco Biagi, proprio per contribuire a interpretare e rappresentare la grande trasformazione in atto nel mondo del lavoro, anche nella dimensione comparata con l’Europa e il mondo.

 

Siamo convinti che raccontare una nuova idea del lavoro sia il primo tassello per costruire un mercato del lavoro moderno. “Progettare per modernizzare”, diceva Marco Biagi. E per progettare serve leggere la realtà nella sua continua trasformazione. Iniziamo una nuova avventura proprio per cogliere questa sfida.

Michele Tiraboschi

@Michele_ADAPT