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Il contributo delle università alla grande trasformazione del lavoro

Quali benefici economici derivano dalla presenza di un’università nella nostra città? Se la risposta che diamo a questa domanda è un maggior giro d’affari per affitti, ristorazione e consumi in generale, stiamo commettendo l’errore di sottovalutare la grande trasformazione in atto del lavoro che richiede nuove progettualità e l’approvvigionamento di competenze professionali in continua evoluzione. Le università sono al centro di questa trasformazione se non in Italia almeno nei Paesi che hanno accolto la sfida del cambiamento e che, grazie a uno stretto raccordo tra ricerca e impresa, segnano robusti tassi di crescita, produttività e sviluppo.

Di tutto questo parla il Report Univercities: the knowledge to power UK metros frutto della ricerca svolta dalla City Growth Commission che conferma il ruolo centrale dell’università nell’ecosistema dell’innovazione.

“L’innovazione è un elemento chiave di lungo termine di competitività e produttività”: le università producono, promuovono e diffondono nuove conoscenze e nuove applicazioni. 

Lo studio ha come finalità quella di proporre delle best practices che consentano di massimizzare le ricadute positive sul territorio della presenza delle istituzioni universitarie.

La ricerca è svolta con riferimento alla situazione del Regno Unito, ma le molteplici suggestioni che offre si dimostrano di grande attualità anche nel contesto italiano.

 

Sinergie: la parola chiave è collaborazione

Un primo spunto di carattere generale attiene all’imprescindibilità, ai fini dello sviluppo delle aree, di un lavoro di rete che veda come attori-collaboratori l’università, il territorio (amministrazioni in primis) e le imprese.

Un’analisi delle dinamiche di fondo consente di evidenziare quali siano gli interessi in gioco e, di conseguenza, di spiegare i benefici dell’implementazione di un modello di cooperazione tra le forze citate.

Quattro le osservazioni da collegare:

– il rapporto tra università e studente si sta evolvendo verso una dinamica in cui lo studente è il compratore del prodotto offerto dall’università: la formazione. Non una formazione purchessia, ma una formazione che significhi employability;

– nei prossimi anni, a fronte di una diminuzione dei posti di lavoro a bassa o media qualificazione, vi sarà un aumento di domanda per soggetti con una formazione di tipo universitario;

il mercato del lavoro funziona soprattutto su scala metropolitana/territoriale, sono pochi i recruiter che si impegnano in attività di ricerca su scala nazionale;

– si presentano una forte mobilità interna per il proseguimento degli studi e corsi di studio ad unica specializzazione, con conseguente mismatch tra campo di studi e area di occupazione.

 

Le conseguenze principali sono da un lato la difficoltà di trattenere i soggetti formati sul territorio (con perdita del valore aggiunto che potrebbero ad esso portare e necessità per le imprese di sostenere maggiori costi di ricerca per la copertura del posto), dall’altro la perdita di attrattiva delle università che offrono uno scarso riscontro in termini di occupabilità. Le ripercussioni sul territorio sono evidenti.

 

Puntare sulla cooperazione tra impresa, territorio e università, allora, non è solo un’opportunità di sviluppo (sia per il territorio, che per le imprese, che per l’università, anche in ottica di fundraising), ma ancora prima la medicina contro i danni dovuti alla fuga dalle città (fenomeno drammatico in alcune zone del nostro Paese).

 

Tra vie maestre e raccomandazioni: molto su cui riflettere

Tre, secondo lo studio, sono le direzioni in cui si deve muovere la collaborazione tra gli attori citati: ottimizzazione di ricerca e insegnamento per la crescita metropolitana; promozione dell’utilizzo e del mantenimento sul territorio dei laureati; stimolo all’imprenditorialità di studenti, laureati e facoltà.

 

Il report si preoccupa di fornire delle raccomandazioni in funzione delle quali poter operare al meglio nel raggiungimento dei singoli obiettivi.

Si tratta, ovviamente, di soluzioni prospettate con riferimento alla peculiare situazione anglosassone, la cui applicabilità in Italia deve essere vagliata in ragione di un contesto culturale, produttivo e di relazioni industriali diverso.

 

Gli spunti d’analisi sono molteplici e, per citarne alcuni, si possono evidenziare:

l’apertura dell’università verso il mercato attraverso la commercializzazione delle proprie ricerche. È una pratica che non solo può portare notevoli fondi (anche attraverso i brevetti) con cui attivarsi in vari campi di ricerca, ma anche conferire all’università un ruolo centrale nel progresso, tanto economico quanto sociale;

– il sostegno all’imprenditorialità degli alunni, in ottica formativa, economica e di mentoring;

– l’idea di orientare l’insegnamento e la ricerca, missions primarie dell’università, rispetto alle richieste dell’economia del territorio (le tre missioni dell’università che si integrano in un progetto comune di livello territoriale). Il riconoscimento di un’influenza di questo tipo rappresenta uno dei punti di maggior attrito per la riuscita di tale progetto, soprattutto nel contesto italiano, dove il rapporto tra università e impresa è vissuto con una certa diffidenza in quanto si ritiene possa minare l’autonomia dell’istituzione scolastica e la libertà della ricerca. Occorre studiare delle forme di raccordo che consentano di evitare questo rischio e di superare la paura paralizzante che ad esso è connessa;

– le politiche di incentivo da parte delle amministrazioni e la loro capacità di coinvolgere la cittadinanza, e il mondo imprenditoriale in particolare, nei progetti che riguardano lo sviluppo del territorio in relazione all’università.

 

Un ultimo rilievo, con riferimento al contesto interno, riguarda soggetti assenti dal progetto inglese (nel quale si coinvolgono le LEPs: local enterprise partnership): le organizzazioni di rappresentanza, datoriali e sindacali. Sovente vissute come elemento di affaticamento burocratico, ad esse potrebbe essere riconosciuto, nel rapporto con le università, un importante ruolo di mediazione e di individuazione e sintesi delle necessità del mondo produttivo nel campo della formazione.

 

I benefici della collaborazione sono chiari, le modalità da sperimentare e adattare alla realtà italiana: si può sbloccare il Paese partendo dai territori.

Ora occorre individuare chi metterà in moto questo processo virtuoso: l’interesse è comune, ma chi accenderà la miccia?

Emanuele Dagnino     twitter logo @EmanueleDagnino