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Al Jobs Act mancano l’anima e una visione del lavoro che cambia. Ecco perché rileggere oggi la Grande trasformazione di Polanyi

Dopo la tormentata stagione dei giuslavoristi, tocca ora agli economisti. Sono loro ad aver delineato, sulla scorta delle proposte di Blanchard e Tirole di inizio millennio[1], l’impianto del Jobs Act italiano che rimpiazza ora, anche in termini concettuali e di filosofia, le riforme di Tiziano Treu e di Marco Biagi completando, almeno in parte, il disegno tracciato nel 2012 da una altra economista, il Ministro Elsa Fornero.

 

Il cuore del Jobs Act sta nel passaggio, da tempo auspicato, dalle tutele “nel contratto” alle tutele “nel mercato” del lavoro. Nuovi ammortizzatori sociali universali e politiche di ricollocazione, di cui ancora invero non si vede traccia[2], in cambio di una maggiore flessibilità per le imprese nei licenziamenti e con una contestuale limitazione dei poteri di controllo giudiziale.

 

Già in altra sede abbiamo cercato di evidenziare i limiti progettuali e tecnici di questo intervento di riforma[3]. Ancora più gravi a ben vedere, anche se meno evidenti, sono tuttavia i limiti culturali e di visione di un testo di legge incentrato sul contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato che certo non coglie le grandi trasformazioni tecnologiche e demografiche che incidono sull’economia e la società e, conseguentemente, sul lavoro[4].

 

Il legislatore italiano punta, in effetti su un modello contrattuale da tempo in declino, che non è, a ben vedere, il “contratto stabile” nella forma del contratto di lavoro a tempo indeterminato, quanto il modello storico del lavoro dipendente, incapace oggi di interpretare e leggere i nuovi modelli di produzione e impresa. E non poteva che essere così se a guidare il progetto di riforma sono riflessioni e analisi di tipo puramente economico che, nell’imputare la bassa propensione delle imprese italiane ad assumere ai vincoli presenti in materia di licenziamento, difettano di una visone di società che emerge dalla grande trasformazione in atto e di una correlata teoria antropologica della idea di lavoro. Perché il nodo non sono tanto i licenziamenti e le rigidità in uscita dal mercato del lavoro, quanto il radicale cambiamento dei modelli organizzativi e di impresa rispetto ai quali perde terreno l’idea del lavoratore scolpita nel Codice Civile del 1942, all’articolo 2094, come mero esecutore materiale di ordini e direttive del datore di lavoro a cui è affidato il potere di controllo e sanzionatorio e di cui il licenziamento è la massima espressione. Sempre più il lavoro è – e ancor più  sarà – connotato da tratti di autonomia e creatività che superano le logiche novecentesche di comando e controllo con conseguenti istanze di partecipazione e condivisione tanto dei rischi come dei risultati d’impresa.

 

Ecco perché il Jobs Act non è la rivoluzione copernicana promessa da Matteo Renzi. Non si negano passi in avanti. Ma sono tutti passi compiuti nel solco tracciato durante il Novecento industriale e ideologico che nega le moderne forme e rappresentazioni del lavoro che cambia. Mancano una anima e una visione che fuoriesca da logiche economiche peraltro datate. Ritorna qui il monito di Kaurl Polanyi, che ricordava come “non spetta all’economista, ma al moralista e al filosofo, decidere quale tipo di società debba essere ritenuta desiderabile.”

 

La citazione di Polanyi non vuole essere di rito, come capita in taluni eventi culturali e politici[5] dove spesso riecheggia l’opera più famosa dell’autore ungherese, quella The Great Transformation che lo scorso anno ha visto i sessant’anni dalla sua pubblicazione. Piuttosto la nostra è una reazione a quanti hanno oggi accostato il Jobs Act di Matteo Renzi alla grande trasformazione del lavoro.

 

 

Cos’è la Grande Trasformazione? Una questione di metodo

 

Si parla ormai spesso di grande trasformazione, specialmente con riferimento alle novità in corso nelle forme di lavoro, nei sistemi di produttivi e nei rapporti tra capitale e lavoro. Altrettanto spesso però, si ignora il significato che Polanyi dava a questa suggestiva quanto fortunata locuzione, e che ha una natura più profonda di quella meramente descrittiva del mutamento degli scenari economici.

 

La trasformazione che descrive è infatti di natura diremmo antropologica, in quanto si riferisce al mutamento concettuale che, con la nascita dell’economia di mercato, è stato apportato all’idea di lavoro come anche alla idea di terra e di moneta[6]. Non ci interessa in questa sede analizzare nel dettaglio l’impianto teorico di Polanyi, e in particolare non ci interessano i suoi ragionamenti sulla mercificazione della terra e della moneta, ma una precisazione metodologica è importante.

 

Punto di partenza dell’autore ungherese è una considerazione sociologica di fondo: i modelli economici si accompagnano sempre, in un rapporto causale, con dei modelli sociali sottostanti[7]. Per questa ragione Polanyi sostiene che solamente una rivoluzione di categorie e concetti può sostenere la nascita dell’economia di mercato, e che soltanto all’interno di un modello socio-politico come quello liberale il capitalismo possa sopravvivere.

 

Insistiamo su questo punto perché è il grande assente all’interno del dibattito sulla nuova grande trasformazione del lavoro. Si crede cioè di poter interpretare i cambiamenti in atto nel mercato del lavoro attraverso una mera analisi economica, e quindi di poterne sciogliere i nodi più urgenti, trasponendo in regole prescrittive astratte teorie attraverso lo strumento legislativo. Quello che manca è invece la capacità di leggere i cambiamenti sociali che stanno determinando un nuovo modo di lavorare, completamente differente da quello che abbiamo conosciuto nel paradigma capitalista del lavoro dipendente.

 

Le linee guida di questo cambiamento sono ancora per lo più ignote, o meglio solamente tratteggiate da qualche studio anglosassone[8], e pressoché ignorate nel panorama accademico italiano[9]. Per questo motivo vogliamo con questo contributo avviare un dibattito aperto – innovativo anche nella strumentazione prescelta per la sua divulgazione e il suo sviluppo – che possa portare all’approfondimento, che è per sua natura multidisciplinare, della grande trasformazione in atto, a partire dalla sua natura antropologica e sociologica che Polanyi aveva riconosciuto già sessant’anni fa.

 

In generale possiamo affermare che il modello capitalista della subordinazione tra lavoratore e datore di lavoro, pur ancora dominante in molte regioni del mondo, Italia compresa, non è il modello che si sta poco a poco affermando. Tale modello si basava su alcuni presupposti che lo sviluppo tecnologico[10] e dei sistemi produttivi stanno scardinando.

 

Chi possiede i mezzi di produzione?

 

In primo luogo il principio che l’imprenditore è il proprietario dei mezzi di produzione, che sono installati in un luogo fisico ben definito, anch’esso di sua proprietà, e che vengono attivati in orari da lui definiti. Il lavoratore è subordinato in quanto deve rispondere alla dimensione spazio-temporale definita dal datore di lavoro, in quanto solo attraverso i mezzi di produzione può esercitare l’attività per il quale viene retribuito.

 

È evidente che lo sviluppo tecnologico ha messo in crisi questo sistema in quanto attraverso i nuovi devices a disposizione del lavoratore questo non dipende più, per molti lavori, dai mezzi di produzione messi a disposizione dal datore di lavoro. Non parliamo in questo caso di una semplice novità economica data dal fatto dell’abbassamento del prezzo dei prodotti tecnologici e della loro conseguente diffusione di massa, si tratta di una novità sociale fondamentale.

 

Ogni essere umano, attraverso tali tecnologie, e le dovute competenze, invero sempre più semplici da acquisire, può ottenere una notevole autonomia gestionale per quanto riguarda i tempi di lavoro, il luogo di lavoro, l’accesso a informazioni che un tempo erano limitate. Queste constatazioni rimettono in discussione, per certi versi in peggio ma per moltissimi altri in meglio, la concezione del lavoro come alienazione del lavoratore sviluppata per prima da Marx.

 

È interessante affrontare, anche se non in questa sede, questo discorso in parallelo al dibattito sui nuovi modelli economici che potrebbero sostituire parzialmente il sistema capitalista, come ad esempio la sharing economy. Infatti il possesso dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, e in generale di un sempre più ampio numero di individui, si accompagna ad un modello economico che vede nella condivisione dei prodotti una sua caratteristica principale[11]. È questo un tema centrale da analizzare seguendo il modello teorico di Polanyi per verificare se questa nuova struttura economica possa essere o meno quella che si accompagna alla grande trasformazione socio-antropologica del lavoro.

 

Il lavoratore, artigiano della conoscenza

 

Una seconda chiave di lettura della grande trasformazione riguarda i rapporti tra capitale e lavoro, ed è direttamente connesso a quanto appena sottolineato. Lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che la produzione manifatturiera sia possibile sempre più senza il ricorso al lavoro manuale, sostituito gradualmente dalle macchine. Di conseguenza la maggior parte dei rapporti di lavoro oggi si instaura nei settori dei servizi, che hanno una struttura completamente differente dalla fabbrica fordista sulla quale si basava il modello capitalista, e sulla quale si basa oggi molta della legislazione e del sistema contrattuale italiano. Gli ultimi dati disponibili mostrano come a essere in aumento su scala globale siano proprio i lavori caratterizzati da attività cognitive non-routinarie[12]. Lo spostamento del lavoro nel comparto dei servizi, in atto da almeno trent’anni non indica soltanto un trend economico generato dall’innovazione tecnologica. Ha anch’esso una natura socio-antropologica che cambia il rapporto di lavoro classico.

 

In quanto generato dalla diminuzione del lavoro manuale, questo nuovo lavoro è incentrato sulle capacità intellettuali, che sono molto più di proprietà del lavoratore, in quanto sempre innovabili, ampliabili e adattabili, più di quanto possa essere la forza fisica. Questo fa sì che quelli che erano i compiti di un operaio nella fabbrica fordista, solitamente mancanti di originalità e responsabilità, stiano sempre più scomparendo a favore di ruoli lavorativi sempre più personalizzati e direttamente dipendenti dalle competenze individuali.

 

Il passaggio da società feudale al capitalismo ha come caratteristica il superamento delle logiche di status soppiantate da quelle del libero contratto in libero mercato. È la c.d. giuridificazione dei rapporti di lavoro che diviene strumentale alla massificazione del lavoro[13], alla standardizzazione delle mansioni e alla conseguente monetizzazione del lavoro attraverso le regole manageriali fordiste.

 

La nuova grande trasformazione del lavoro, letta in chiave antropologica, pare per contro superare le dinamiche negoziali e contrattuali (del resto ora più libere nelle modalità di attivazione e cessazione) per riproporre logiche incentrate sullo status. Logiche che, nel valorizzare competenze e saper fare, rimettono davvero al centro del modello produttivo e sociale sottostante la persona del lavoratore – un lavoratore sempre più come artigiano della conoscenza[14] – rivoluzionando i rapporti tra capitale e lavoro ridefinendo lo squilibrio fordista a favore di una sempre maggiore complementarietà tra le parti.

 

Un dibattito aperto

 

Da queste brevi considerazioni è chiaro come il tema sia tutt’altro che semplice ed esauribile in un solo contributo, per quanto ampio possa essere. È evidente che i temi qui abbozzati suscitano perplessità e obiezioni, e rischiano di presentare una visione troppo ottimistica della trasformazione in atto. Di certo non ignoriamo i rischi di questa nuova grande trasformazione e le conseguenze negative che sta portando in termini di polarizzazione del lavoro con un conseguente aumento dei lavori che, pur essendo nel settore dei servizi, sono spesso di bassa qualità[15]. Allo stesso modo preoccupano i dati sull’aumento delle disuguaglianze sociali e salariali e del conseguente trend di allontanamento tra capitale e lavoro negli ultimi decenni[16].

 

Ma siamo convinti che molte delle circostanze negative che accompagnano la grande trasformazione in atto siano generate da una mancata riflessione su di essa e dalla conseguente insistenza nella somministrazione di farmaci che tentano di risolvere vecchie malattie senza riconoscere i sintomi di qualcosa di nuovo, non per forza negativo, ma che va accompagnato, come ci insegna Polanyi. Perché nessuno è schiavo di un modello economico che si autogenera, non siamo vittime inermi della tecnologia né di una mano invisibile che governa gli scenari economici, pensare questo sarebbe solo esimersi da una responsabilità che invece vogliamo prenderci, con tutti gli oneri che comporta.

 

Si potrà pensare che partire da una riforma del lavoro e giungere a discussioni socio-economiche sia un modo di sfuggire alla dura realtà e rifugiarsi nelle disquisizioni accademiche. È proprio questo il problema, troppo spesso si è pensato che bastasse una legge, aggiustare un cavillo, per affrontare i cambiamenti cui siamo messi di fronte, senza invece pensare che senza una visione del lavoro, giusta o sbagliata che sia, sulla quale tentare di costruire, ci si troverà sempre a costruire enormi palazzi, senza nessune fondamenta.

 

Nessuno schema precostitutito, dunque. E ancora forse nessun modello alternativo a quello del lavoro subordinato anche se in passato – con Marco Biagi – abbiamo indicato nello Statuto dei nuovi lavori[17] la strada della imputazione delle tutele del lavoro a prescindere da fattispecie e categorie unificanti. Piuttosto l’invito a rileggere insieme a noi Karl Polanyi proprio per interpretare il vero cambiamento in atto, che non è nelle regole, ma nella economia e nella società, e contribuire alla costruzione di un modello antropologico che ci porti a una idea più moderna e meno tecnicistica del lavoro.

Noi lo faremo su twitter, già nei prossimi giorni, con l’account @lavorofuturo e i dottorandi della Scuola di alta formazione di ADAPT. Ci piacerebbe avervi con noi, come in un vero e proprio corso, dove Maestri e allievi si confrontano liberamente e ad armi pari. L’obiettivo è ambizioso: abbandonare le rassicuranti quanto poco utili categorie del passato e avventurarsi sui nuovi possibili orizzonti interpretativi del lavoro che cambia. Orizzonti ancora tutti da scrivere, certamente ben al di là dei contenuti prescrittivi di quel Jobs Act su cui si attarderà nei prossimi mesi la dottrina come già fatto inutilmente con la legge Fornero. Noi restiamo invece ancora in attesa di un diverso testo legislativo che abbia una anima e che parli la lingua del futuro. Aspettiamo insomma quelle fatidiche tre parole del Legislatore che possano davvero cancellare intere biblioteche e dare corso alla scrittura di nuovi libri che, come avvenuto con Polanyi, sappiano leggere ed interpretare la nuova grande trasformazione in atto.

 

Michele Tiraboschi

Ordinario di Diritto del Lavoro, Università di Modena e Reggio Emilia;
Coordinatore scientifico di ADAPT

 

Francesco Seghezzi

Direttore ADAPT University Press
Visiting fellow, School of Industrial and Labour Relations, Cornell University


[1] Cfr. O. Blanchard, J. Tirole, Contours of Employment Protection Reform, MIT –Department of Economics, Working Paper no. 03-35, November 1, 2003. Degli stessi autori vedi anche, in lingua francese e in italiano, Protection de l’emploi et procédures de licenciement, in La Documentation Francaise, Paris, 2003, e Profili di riforma dei regimi di

protezione del lavoro, in Rivista Italiana di Diritto del lavoro, 2004, I, 161-211.

[2] Cfr. M. Tiraboschi, Il contratto di ricollocazione: prime interpretazioni e valutazioni di sistema in M. Tiraboschi, F. Carinci (a cura di ), I decreti attuativi del Jobs Act, prima lettura e interpetazioni, ADAPT Labour Studies e-Book Series, 2014, n. 37.

[3] Cfr. M. Tiraboschi, F. Carinci (a cura di ), I decreti attuativi del Jobs Act, prima lettura e interpetazioni, ADAPT Labour Studies e-Book Series, 2014, n. 37.

[4] Per una analisi delle principali caratteristiche dei cambiamenti in atto nel mercato del lavoro si rimanda al blog ADAPT La Grande Trasformazione del Lavoro, su Novà, Il Sole 24 ore.

[5] Basti pensare che il World Economic Forum di Davos del 2012 era intitolato The Great Transformation: Shaping New Models.

[6] Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, 1974.

[7] In questo modo Polanyi si pone in aperto contrasto con la filosofia della storia marxista, che pure aveva contribuito in parte alla sua formazione, soprattutto attraverso l’opera di Luckacs.

[8] Tra i più recenti si veda J. Morgan, The Future of Work, Wiley, 2014; A. Maitland, Future Work: Changing Organizational Culture of the New World of Work, Palgrave, 2014; A. Hatum, The New Workforce Challenge, Palgrave, 2013; Cfr. anche il report MCKINSEY, The Future of Work in Advanced Economies, McKinsey & Company, 2012.

[9] Alcuni contributi sul tema sono stati presentati in Sociologia del lavoro, Franco Angeli.

[10] Il dibattito sull’impatto delle nuove tecnologie è ampio ed attraversa tutta la storia del pensiero occidentale. Con particolare riferimento alle tecnologie dell’ultimo decennio si veda E. Brynjolfsson, A. McAfee, The Second Machine Age, W.W. Norton & Company, 2014; C. B. Frey, M. A. Osborne, The Future of Employment: How susceptible are jobs to computerisation?, Oxford Martin School, 2013.

[11]  Il modello di produzione capitalista è infatti basato principalmente sulla monetizzazione immediata del prodotto lavorato, e vive grazie all’esistenza del mercato concorrenziale che genera i prezzi. La presenza di un sempre maggior numero di prodotti che può essere utilizzato gratuitamente, al di fuori di una logica di mercato, ma all’interno di una logica di condivisione colpisce gravemente i suoi presupposti.

[13] Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione; per una interpretazione marxista di questo passaggio si veda M. Buroway, Manufacturing Consent, The University of Chicago Press, 1979.

[14] Questa caratterizzazione del lavoratore mette in crisi anche la dicotomia classica lavoratore subordinato/lavoratore autonomo, essendo la categoria stessa di autonomia costruita in contraddizione al concetto di subordinazione.

[16] Cfr. T. Picketty, Il capitale nel XXII secolo, Bompiani, 2014.

[17] Cfr. la relazione conclusiva di M. Tiraboschi della Commissione per la definizione di uno “Statuto dei lavori”, 2005