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There’s no hope in Silicon Valley

Paolo Privitera, fondatore e CEO di Pick1, vive e lavora a cavallo tra Europa, Cile e San Francisco, occupandosi di innovazione, startup e singularity. Dopo una laurea in informatica alla Ca’ Foscari di Venezia e alcune esperienze imprenditoriali, giovanissimo emigra in California, dove tra le altre cose nel 2005 conclude un master in marketing presso la UCLA, maturando una netta propensione all’ottimizzazione e alla gestione dei dati. Successivamente, grazie al programma Startup Cile ed a cospicui finanziamenti, Paolo sviluppa Pick1, un ambizioso ed innovativo tool che permette di gestire in modo non convenzionale il tradizionale strumento dei sondaggi sulle piattaforme social.

Attualmente attivo nella Silicon Valley, collabora con IBM Watson e vanta un’indiscutibile esperienza e preparazione per quanto riguarda lo startup environment, le nuove tecnologie e le ricadute che queste ultime hanno sulla gestione del lavoro.

D: Non si incontra tutti i giorni una persona con una storia simile alla tua. Hai fondato la prima azienda all’età di 16 anni, dopo esserti laureato in informatica, a 23 anni ti sei trasferito negli USA, hai frequentato un master alla UCLA, hai vinto premi per startup in Cile, hai fondato Pick1, una delle startup di successo della Silicon Valley, ti sei occupato di singularity presso la NASA, sei membro di TEDx e porti avanti una partnership tecnologica con IBM Watson…

Paolo, per prima cosa mi piacerebbe sapere che futuro immagini. Ultimamente si fa un gran parlare di intelligenza artificiale; pensi avrà davvero un impatto così rilevante sulla realtà che conosciamo? Qualche settimana fa mi trovavo a Londra. Durante un convegno presso il Fujitsu Center, Nick Bostrom, professore dell’Università di Oxford, ha affermato che questa tecnologia apporterà inevitabili e incredibili cambiamenti ma, allo stesso tempo, ha sollevato un problema: quale normativa per queste nuove tecnologie? Vista la tua conoscenza in tema di singularity, che ne pensi? 

P: Certo, l’impiego dell’intelligenza artificiale avrà conseguenze dirompenti su quasi tutti i settori, questo è poco ma sicuro. Senza contare il fatto che già il potenziale tecnologico di cui dispone oggigiorno una persona non ha precedenti. Per quanto riguarda la necessità di individuare delle regole in fase di sviluppo, sono d’accordo con Bostrom. Tuttavia, sono convinto che sia sufficiente il manifesto ad oggi condiviso. Sarebbe a dire una lista di regole a protezione dell’umano; simili a quelle della robotica. Dico questo perché c’è un grande problema nella singularity e nell’innovazione in genere: il mondo sta crescendo esponenzialmente e i sistemi di regole cui siamo abituati, assai confusi, dettagliati e articolati, non sembrano poter crescere allo stesso ritmo. Questo discorso vale sia per le democrazie che per le altre forme di governo. Difatti, ove si risponda con timore o con normative eccessivamente rigide ai cambiamenti in arrivo, l’effetto potrebbe essere quello di uscire dal mercato, di isolarsi perdendo una grande opportunità. Il fatto di lasciare “lavorare” gli innovatori, senza eccessivi lacciuoli legislativi, incentivandoli, è uno dei punti di forza della Silicon Valley e di paesi come il Cile che hanno puntato, grazie a un governo dinamico, su programmi non rigidi ma di stimolo.

D: Com’è la Silicon Valley? Quanto c’è di vero nell’omonima sit com?

P: Vi è molto di vero, salvo l’effetto Hollywood. Nella Silicon Valley c’è davvero molta vitalità. All’incirca 13.000 startup attive, 300 eventi la settimana, c’è libertà e molta gente bizzarra; è davvero un posto unico. Detto questo, proprio come nella sit com, vi sono anche moltissime difficoltà reali.

D: Bisogna andare fino a San Francisco o in Cile per fare innovazione?

P: Penso proprio di sì. Ma non è un viaggio così lungo; se hai avuto la forza di spostarti da Roma a Milano o a Londra, per esempio, perché non andare negli USA con solo 10 ore di volo in più? È uno spostamento più mentale che fisico. La “legge della calamita” farà il resto. Sarebbe a dire che più ti metterai in gioco, spostandoti ed accettando dei rischi, maggiore sarà la tua ricompensa. Parlando della mia esperienza, è stata un crescendo. Ho iniziato facendo consulenza per pagine web e e-commerce, prima dell’esistenza di Skype, Fb e My Space, per poi arrivare dove sono ora con uno spostamento costante ma costruttivo.

D: La Silicon Valley e le startup che ospita creano lavoro nel medio termine?

P: Direi di sì. L’indotto lavorativo è davvero interessante. Basti pensare che non ci sono mai sufficienti talenti in Silicon Valley. Molti di noi sono alla ricerca di sviluppatori e non solo. Bisogna ammettere che la netta flessibilità in uscita, tipica degli USA, aiuta in questo senso; il turnover è spaventoso. 

D: Come si gestisce una startup innovativa? Resta spazio per dinamiche di subordinazione?

P: Assolutamente no. Il cliente viene prima di tutto e di tutti. Può esserci direzione dal basso ma mai dall’alto né, tantomeno, subordinazione. Le persone vanno motivate in ogni modo, non guidate né giudicate. Bisogna generare passione. La prova del nove la si ha quando vi sono problemi finanziari. Solo se i lavoratori restano e aiutano l’azienda vi è la conferma di aver lavorato bene come CEO. La motivazione è fondamentale e non arriva dalla retribuzione ma è frutto di specifiche strategie di leadership. Le startup sono ambienti con un alto turnover e con dinamiche personali decisamente complesse. Anche per questo è importante chiedere continui feedback ai lavoratori.

D: Quest’impostazione è una delle ricchezze della Silicon Valley?

P: Sì. Questo è uno dei motivi per cui consiglio di andare nella Silicon Valley. In Italia, per esempio, in fase di team building la domanda è: quanto mi paghi? Che tutele ho? Chi è il capo? Ho visto decine di startup italiane, con un ottimo prodotto e ottimi singoli, deludermi come team. C’è un rapporto troppo dirigenziale nelle startup italiane, è troppo facile trovare il “capo” vecchio stampo. Ho dovuto interrompere collaborazioni per questo motivo. Il fatto è che per cambiare un prodotto oggigiorno non serve tanto tempo. Molto più difficile è motivare un team, immersi nella concorrenza e con una decisa flessibilità in uscita.

D: Puoi farmi un esempio? Come motivi un tuo collaboratore?

P: Certo. Per esempio, si può motivare un team dando ai componenti azioni dell’azienda. Purtroppo, molto spesso, in Italia questa proposta non è ben vista. I membri dei team preferiscono un salario. C’è ancora la mentalità del dipendente. Questa è un’altra delle ricchezze della Silicon Valley: poter motivare, condividere il rischio e, quindi, il capitale sociale. Le aziende del domani dovranno crescere con il proprio capitale umano!

D: Ho notato che a Pick1 lavorate sparsi per il mondo. È una scelta o una necessità?

P: Entrambe. Alcuni di noi sono a Roma, altri a Milano, Santiago del Cile, Buenos Aires e, chiaramente, San Francisco. Il vantaggio è poter lavorare in modo flessibile, giorno e notte, intercettando clienti in tutto il mondo. Tuttavia, i pro di lavorare nello stesso posto sono enormi, soprattutto per il team building e la filosofia aziendale; la vicinanza crea un’empatia unica. Per questo organizziamo incontri periodici in giro per il mondo. È un peccato non potersi vedere come si dovrebbe.

D: Pensi che anche aziende meno innovative di Pick1 dovranno strutturarsi così?

P: Sì, ma molto dipende dai ruoli. Credo che l’area manageriale debba lavorare a stretto contatto. Al contrario le figure non di vertice possono tranquillamente svolgere il proprio lavoro dove preferiscono. In questo modo vi sono anche meno costi.

D: Avete orari a Pick1?

P: No! E non ci sono controlli di alcun tipo. Pretendiamo solo produttività e puntualità ai meeting.

D: Usate un contratto di lavoro? Se sì, a termine?

P: No, e il termine è un concetto lontano anni luce. Vi è solo un gentlemen agreement che regola alcuni aspetti del rapporto. La gestione è in mano alle parti. Di solito vi è un accordo sul capitale sociale e basta. Certo. Si può sempre sottoscrivere un contratto con orari di lavoro e salario, ma non è obbligatorio. In genere vi sono i payroll employee, una sorta di lavoratori salariati, e i contractor. La più grande differenza pratica è che i primi non hanno problemi a richiedere un’assicurazione sanitaria, anche aziendale. Mentre i contractor, offrendo meno garanzie, hanno più difficoltà in questo senso.

D: Ma allora come fate a gestire i vostri rapporti di lavoro?

P: Siamo molto flessibili. La motivazione, la condivisione degli obiettivi e la fiducia sono tutto.

D: Questo modello è presente anche nelle aziende innovative di grandi dimensioni?

P: Sì. Facebook e Google lo usano già. Non hanno gerarchie. Non vi sono orari di lavoro, tutti hanno accesso al codice sorgente. Il lavoratore è responsabilizzato. Quando si lavora, salvo una persona a cui rapportarsi, nessun ti disturba o dà ordini. Si vive in team, ci si organizza autonomamente, chiedendo aiuto senza problemi.

D: Questo è un vantaggio competitivo o una necessità? 

P: Un vantaggio. Tuttavia, non tutte le aziende se lo possono permettere.

D: Perché? Ti riferisci alla qualità delle persone? 

P: Sì, non è facile da trovare. È un misterioso insieme di elementi. Una cosa è certa: nulla succede per caso. There is no hope in Silicon Valley. Tutti devono avere un obiettivo, essere autonomi e darsi scadenze. Non devi mai dire “I hope” né a un collega né, tantomeno, ad un finanziatore.

D: Cambiando discorso, quando capisci di funzionare? 

P: Non è difficile. Le startup si dividono in quattro tipi. Quelle che non monetizzano, quelle che monetizzano ma non nel breve periodo, quelle che monetizzano ma non esponenzialmente e quelle che monetizzano subito, crescendo esponenzialmente. Funzioni solo se rientri tra queste ultime.

D: D’accordo. Qual è a tuo avviso il pericolo che si corre nella Silicon Valley? 

P: Montarsi la testa. Molta gente passa dal non avere nulla ad essere un milionario. Queste cose succedono e gli effetti non sono sempre positivi.

D: Ma allora è possibile avere rapporti umani nella Silicon Valley?

P: Sì. Conosci Joe Gebbia? Uno dei founder di Airbnb. Siamo amici da tanto tempo, mi aveva persino chiesto se volessi essere il loro CTO. Ho detto di no. Non ho rimorsi ma ora potrei avere milioni di dollari in banca. In ogni caso Joe è ed è sempre stato un simpaticone. Poter andare ancora a salutarlo nel suo ufficio dimostra come i rapporti umani esistano anche nella Silicon Valley, al di là del successo personale.

D: Qualche domanda pratica. Costa vivere nella Silicon Valley? Che mi dici sui VISA? È facile ottenerne uno? 

P: Costa molto in termini di alloggi ma poco per quanto riguarda il cibo e la vita.

Sui VISA. C’è un gap di visti, la legge è degli anni 60’. Molta gente si sposa solo per la cittadinanza. Un modo per ottenerla è stare illegalmente per più di sette anni, poi c’è la lotteria per la green card. Purtroppo sì; questo è un grosso problema.

D: Parliamo un po’ dell’Italia, ti va?

P: Certo.

D: Che futuro vedi per le relazioni industriali e per i sindacati italiani in questo mondo? 

P: I sindacati negli States non li ho mai visti; penso abbiano solo un impatto sui lavoratori più umili ma non sul digitale né sull’innovazione. Non penso avranno molto da dire neanche in Italia in un futuro prossimo.

D: Conosci il Jobs Act?

P: No.

D: Se ti dicessi che da marzo anche in Italia un licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo comporta solo un indennizzo e non una reintegra, che mi diresti?

P: Direi molto bene! Questa cosa creerà lavoro. Ci sarà una vera rivoluzione. Questo è un boost per la crescita delle persone. I lavoratori faranno di tutto per non essere licenziati. Si aggiorneranno, lavoreranno meglio per l’azienda. Vi saranno più soldi e quindi più entrate per lo Stato; un circolo positivo. Il turnover sarà più alto. Io penso che in Italia vi sia stata una mala fede reciproca tra datore di lavoro e lavoratore. I lavoratori pensano che il datore di lavoro li voglia fregare e viceversa. Al contrario negli States, se uno ha un’opportunità, ha anche un interesse reciproco e far funzionare le cose correttamente; non serve irrigidire la normativa. 

D: Ma allora in Italia vi è problema di normativa o di mentalità?

P: Direi di una mentalità supportata da una normativa sbagliata. Un vicious circus che si è alimentato negli anni. Il sistema ha permesso a molti di approfittarsene nel lungo termine.

D: Come vedi i giovani in Italia? Pensi siano penalizzati?

P: No. Molti giovani in Italia si lamentano ma forse sono solo viziati. Mi sembra vivano ancora troppo bene; senza rendersi conto di quello che rischiano. Se investissero in attività creative, lavoro e istruzione i soldi che spendono in divertimenti, avrebbero enormi opportunità.

D: E nella Silicon Valley cosa si intende per “giovane”?

P: È un po’ diverso. Con la parola “giovane” si intende una persona tra i 16 e i 20 anni. A 25 anni sei già adulto. Conosco ragazzi di 26 anni milionari, al vertice di aziende molto importanti.

D: Tornando al nostro paese. Siamo entrambi veneti. Pensi che le PMI venete siano in grado di affrontare queste nuove sfide?

P: Sì. Ho visto persone che sono rimaste immobili ma la maggior parte degli imprenditori veneti si sta rinnovano con entusiasmo.

D: E l’accesso al credito? Pensi in Italia sia difficile accedere ai finanziamenti per le startup?

P: Decisamente sì. Al contrario negli USA accedere al credito, anche senza garanzie, è davvero semplice. È possibile presentarsi con un’idea e ricevere denaro a fondo perduto, senza interessi. I finanziamenti delle banche sono limitati, quasi nulla va alle startup. Tuttavia, il mercato gestito dai privati e dai fondi specializzati è enorme. In Italia è quasi inesistente.

D: Molti sostengono che la cultura europea sia superiore? Che ne pensi?

P: Se potessi, vivrei in Europa. Amo San Francisco ma dopo tredici anni all’estero ho la sindrome di Stendhal. Sono incantato da Barcellona, Londra e Venezia; lo stile di vita e la sensibilità che trovi in questi luoghi sono unici. Tuttavia, la cultura di un luogo va misurata con vari criteri e uno di questi è la vitalità. Oggi, se hai una visione in mente e vuoi crescere a livello personale, l’Europa non offre abbastanza. Le maggiori opportunità si trovano oltre oceano. Anche questa è cultura.

D: Come valuti la tua laurea alla Ca’ Foscari?

P: Mi ha dato molto più di quello che pensassi quando l’ho conseguita. Devo ammettere che sono stato anche fortunato perché il 1996 era il secondo anno di vita della facoltà. Per dare il boost iniziale hanno invitato i migliori professori d’informatica in circolazione; c’era persino il professor Marchiori, l’inventore dell’algoritmo di Google.

D: Restando in tema, pensi che il sistema universitario italiano sia migliore di quello USA?

P: Forse sì, ma finiti gli studi? Non c’è lavoro. Manca una formazione che guardi alle esigenze del mondo del lavoro. Persino la formazione pubblica negli States, sebbene non sia top, ti assicura un lavoro. Avrai chi ti offre un posto decente prima di terminare gli studi. Poi, se vuoi andare a Stanford ma non hai i soldi, puoi sempre chiedere un prestito.

D: Sembra che negli USA tu abbia trovato un Eldorado. Posso farti alcune domande un po’ polemiche?

P: Va bene.

D: Non pensi lo Stato sia assente nella Silicon Valley?

P: No. Perché molto spesso si ha una percezione alterata. Lo Stato deve essere presente sostanzialmente e dare benefici reali al cittadino. Penso che sia assistenziale e assente in Italia, non nella Silicon Valley.

D: Secondo molti questo il “nuovo mondo” di cui fai parte genera vincenti e perdenti. È vero?

P: Penso il problema non sia economico ma mentale. Non si tratta di vincere o di perdere ma di poter correre. Sono certo che questa mentalità arriverà anche in Italia tra qualche tempo. Adoro i cervelli italiani ma il sistema è “rotto”; i giovani scappano. Ti sei mai chiesto perché?

Andare alle poste e fare coda, disporre di documenti cartacei e non elettronici, non avere la banda ultra larga, non disporre dell’ID elettronica, avere mezzi di trasporto pubblici mal funzionanti o inesistenti, non trovare un lavoro, non avere meritocrazia, essere circondati dalla corruzione e sprecare tempo nel traffico; questo penso sia da perdenti. Non credo lo sia competere in un sistema con regole chiare, che permettano a chi si impegna di avere una vita dignitosa.

D: D’accordo. Capisco il tuo punto di vista. Provo a formulare la domanda in modo diverso. Non credi che la tecnologia estrometterà la maggior parte degli esseri umani?

P: No, ma la formazione è fondamentale perché ciò non avvenga.

D: Capisco, ma in molti affermano che nei prossimi anni l’innovazione genererà in ogni caso un’enorme massa di disoccupati. 

P: Non credo. Non vi è dubbio che i lavoratori automatizzabili saranno sostituiti da macchine o da software; tuttavia, questo è sempre avvenuto. Bisogna diventare high skilled. Ci sono nuove tipologie di lavoro, questo è solo un periodo di transazione. Paradossalmente il mercato del lavoro si è ampliato. Penso il problema principale sia solo quello di ricollocarsi.

D: Ma non credi si creerà un grande divario tra lavoratori high skilled e non? 

P: Dipende che intendi per high skilled. High skilled non è solo un IT ma anche un manager multifunzionale che può lavorare bene su più settori o un designer con una spiccata curiosità o un legale che sappia mettere assieme nozioni differenti. A un’azienda non serviranno solo informatici ma CEO, Content Manager, Marketing Director, persone capaci e così via.

P: Quindi non sarà predominante il ruolo dell’IT o del “tecnico”?

D: No. Senza dubbio sarà un key role, tuttavia oramai la tecnologia è una commodity. Credo che la comunicazione e il marketing faranno la differenza; oltre al team che non deve mollare mai.

D: Fammi un esempio dell’importanza del non “tecnico”?

P: Per quanto riguarda il CEO per esempio se l’azienda “corre da sola”, significa che il lavoro è stato fatto bene; sono eventi come questo che testimoniano l’importanza del non IT. È chiaro che arrivare a un tale risultato non è da tutti ed è il frutto di molti errori. Pensa anche al content, sta diventando sempre più importante; basta ricordarsi di Joe Gebbia.

D: Quindi, che prospettive ci sono per una persona con una laurea classica alla ricerca di un lavoro “classico”?

P: Con i salari di queste figure molti in Europa non coprono neanche i costi a 30 anni. Questo è un fail che vale come risposta. In Italia ci si focalizza sul “mi piace”, ma poi, quando non ci saranno più supporti, che faranno queste persone? Basta la loro preoccupazione? Il problema non è di fare i soldi o di diventare famosi ma di sopravvivere nel medio-lungo termine. Anche chi non vuole essere un’imprenditrice o non ama la tecnologia deve capire che il mondo sta cambiando per sempre e che rinnovarsi sarà la chiave del futuro. Le passioni personali non sono sufficienti. Bisogna abbandonare l’hope e cominciare ad agire.

 

Int. di Dario Pandolfo

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