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Regno Unito: non solo Brexit ma anche un piano per una moderna politica industriale

“Building our industrial strategy è il titolo del libro verde recentemente diffuso dal governo britannico e contenente spunti e linee guida per definire una moderna strategia di politica industriale dopo mesi di stallo politico dovuto alle incertezze legate agli esiti del voto sulla Brexit. A muovere il governo sono certamente i timori che l’uscita dall’Unione europea comporti una sostanziale riduzione dei finanziamenti erogati dalla Commissione a favore delle università e dei centri di ricerca britannici e la persistente incapacità del Regno Unito di commercializzare i prodotti e più in generale i risultati delle attività di ricerca.

I contorni di questa nuova politica e delle prime proposte operative costituiscono la base di un documento programmatico da condividere con tutti gli attori pubblici e privati chiamati ad arricchire il libro verde per contribuire a orientare la nuova strategia. Il titolo del libro verde sembra tuttavia richiamare le fallimentari politiche industriali dei governi laburisti degli anni Settanta e ha pertanto alimentato nel paese i timori di un ritorno al passato e di una analoga politica “picking winners”,  volta a proteggere gli interessi dei colossi della manifattura concentrati nel triangolo d’oro Oxford – Londra – Cambridge.

Un timore infondato, come precisato già nelle prime pagine del libro verde che nasce dallo studio delle migliori pratiche di paesi al traino dell’economia mondiale, come Germania, Giappone e Paesi Scandinavi, e dalla maturata consapevolezza che la crescita della produttività, e con essa dei salari e della qualità della vita delle persone, è direttamente proporzionale alla capacità di un paese di innovare e di rendere i frutti della ricerca accessibili e fruibili dai cittadini in tutto il territorio nazionale. Ricerca e innovazione non sono solamente correlate alle tradizionali attività tecniche e specialistiche il cui perimetro sono le mura di un laboratorio di ricerca e sviluppo: al contrario, nel libro verde “innovazione” acquisisce un’accezione più ampia includendo la capacità di un paese di rinnovarsi in tutti i suoi ambiti, in primi nel modus operandi e segnatamente di lavorare in maniera più produttiva.

Per questa ragione, si legge nel libro verde, una strategia industriale che possa dirsi veramente moderna non può scommette solo su investimenti generalizzati in ricerca e sviluppo o sul potenziamento di alcuni settori forti del tessuto produttivo, pena reiterare gli errori del passato e usare logiche dell’industria del Novecento in un mercato globale in cui il numero degli impiegati nel settore dei servizi è in continua crescita e dove la manifattura, per competere sui mercati internazionali, deve rinnovarsi tanto nei processi di organizzazione del lavoro quanto nell’utilizzo di nuove tecnologie, e con essi nella capacità di intercettare risorse qualificate in possesso delle competenze per governarle.

L’innovazione è un processo collettivo che coinvolge più attori e il primo e indispensabile fattore abilitante per una moderna strategia industriale è la collaborazione, diffusa e capillare su tutti i territori, tra settore pubblico e imprese private. Il Regno Unito è già sede di università di eccellenza e spesso è stata pioniera di scoperte tecnologiche che non hanno poi trovato sbocco nei mercati. Non occorre pertanto ripensare da zero una nuova politica industriale, ma ragionare su un nuovo approccio all’industria che metta al centro i territori e le loro specificità. Da un lato, valorizzando le eccellenze già presenti e radicate nel “golden triangle”. Dall’altro, creando le condizioni affinché i territori che più soffrono il ritardo tecnologico e le imprese che scontano un debito tecnico rispetto ai soggetti più dinamici del paese possano recuperare lo svantaggio accumulato negli anni, che presuppone tuttavia la realizzazione di infrastrutture digitali, un più facile accesso a capitali finanziari e il ripensamento dell’offerta formativa. Solo riducendo le disparità regionali e armonizzando i guadagni di produttività su tutto il territorio nazionale si potrà avere una crescita economica sostenibile e una distribuzione della ricchezza equa tra gli abitanti.

Benessere e produttività diffusa: sono dunque questi gli obiettivi del libro verde del governo che articola la sua strategia in dieci pilastri. In testa, le attività di ricerca e sviluppo che il governo intende potenziare attraverso lo stanziamento di nuovi fondi, del valore totale di 4,7 milioni di sterline, tra cui la creazione di una nuova linea di finanziamento, l’Industrial Strategy Challenge Fund. Il fondo sarà dedicato a stimolare la ricerca privata in specifici ambiti, quali l’energia pulita, la robotica e l’intelligenza artificiale, satelliti e tecnologie informatiche e digitali.

Lo stanziamento dei fondi, generosi come non si vedeva dal 1979, è a beneficio anche del consolidamento dei sistemi di governance locali delle attività di ricerca e di un più stretto raccordo tra la pubblica istruzione e il settore privato, per esempio stimolando gli investimenti delle imprese in apprendistati e dottorati di ricerca, oppure progettando strutture educative idonee a sviluppare le competenze tecniche, di cui il Regno Unito è carente, necessarie per gestire i processi di innovazione tecnologica. In questo senso, il governo si è impegnato a realizzare sul territorio nazionale ed entro settembre 2017 un network capillare di National Colleges o Istituti di Tecnologia, da mettere in sinergia con la nascente rete dei “Catapults”. Quest’ultima trova origine nel riconoscimento da parte del governo della persistente difficoltà che incontrano imprese e università nella fase di commercializzazione dei risultati della ricerca. Negli ultimi anni il governo si è dunque attivato in questo senso supportando la creazione, ancora a uno stadio embrionale, di un’ampia rete di poli specializzati, efficacemente denominati “Catapults center”, per sostenere la realizzazione di progetti innovativi late stage e il loro collocamento sul mercato.

Per capitalizzare gli sforzi finanziari, il governo ha poi previsto di realizzare una nuova strategia nazionale per la misurazione degli input e degli output della ricerca (UK Measurement Strategy) al fine di apprezzare più nel dettaglio le pratiche, i risultati, le competenze e il valore creato dalla ricerca, così da orientare con più precisione le scelte di mercato delle imprese. Per contemperare le opportunità di innovazione collaborativa e la riduzione del rischio di contenzioso e di comportamenti opportunistici, il libro verde propone inoltre l’affidamento, a favore di alcuni istituti nazionali, di indagini esplorative per investigare nuove e più efficienti soluzioni relative alla gestione e tutela dei diritti di proprietà intellettuale, tanto nel caso della realizzazione di brevetti, quanto di investimenti di capitali in spin-out.

Non meno importanti sono gli altri pilastri, complementari al capitolo sulla ricerca e funzionali alla messa a regime nel paese di un sistema il cui obiettivo sia accrescere la base produttiva, e segnatamente gli investimenti in infrastrutture, il supporto alle start-up, le politiche che favoriscono il commercio e l’investimento di capitali esteri, tra gli altri. Un ampio capitolo è poi dedicato all’importanza dell’utilizzo strategico della leva della domanda pubblica e degli appalti per capitalizzare gli investimenti in settori innovativi embrionali e per intervenire in maniera mirata sugli anelli deboli della catena del valore dei processi di innovazione.

Il libro verde del Regno Unito contiene quindi tutti gli elementi, evidentemente da sviluppare attraverso una pubblica consultazione, per avviare nel paese un corso di politica industriale che non sia solo nuovo, ma soprattutto moderno e che metta i territori al centro dei piani operativi. Sebbene ancora non sia chiaro in quali termini e in che misura le Regioni verranno coinvolte, Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord sono chiamate a concorrere non solo alla progettazione, ma anche all’implementazione di un programma che ambisce a valorizzare quel che già esiste e funziona e, al contempo, a creare le condizioni per abilitare i territori in ritardo a sviluppare capitale organizzativo, finanziario e sociale per veicolare opportunità di sviluppo per la ricerca e l’innovazione. Se è vero, come dicono alcuni studiosi, che sarà proprio la ricerca il motore del benessere su cui misurare nei prossimi anni l’egemonia politica dei paesi, il Regno Unito ha compreso la portata della partita Brexit e della conseguente privazione di buona parte delle risorse e finanziamenti che oggi giovano alle università e ai centri di ricerca britannici.

 

Elena Prodi
Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Università degli Studi di Bergamo
@Elena_Prodi