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Adattabilità e formazione: le chiavi di volta nel mercato del lavoro digitale

Vi è una notevole differenza tra un cambiamento e una rivoluzione. Negli ultimi vent’anni molte cose sono cambiate; gli SMS, l’IBM, l’Amiga CD32, le agenzie di viaggi, i compact disc hanno lasciato il posto a nuovi prodotti. Tuttavia, è molto probabile che qualcosa di decisamente più importante sia avvenuto, senza che ce ne rendessimo conto. Gli osservatori più attenti – Kurzweil, The Singularity is near – lo sostengono da tempo: ci troviamo nel bel mezzo dell’ICT revolution. Non un cambiamento, dunque, ma una vera e propria rivoluzione. La digitalizzazione in corso d’opera porta con sé novità dirompenti, capaci di minare le basi della società in cui viviamo, mercato del lavoro compreso.

 

Non siamo di fronte a un semplice cambiamento ma a una vera e propria rivoluzione…

 

Secondo la Legge di Moore, «le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi»; ciò significa che entro il 2020, tenendo per buono il trend, un processore qualsiasi sarà dotato di una capacità di calcolo identica, se non superiore, a quella dell’uomo. Nell’arco di pochi anni attività complesse, oggi riservate all’essere umano, potranno essere svolte da “cervelli” artificiali.

 

…ma

 

Queste previsioni, sebbene alimentino la curiosità e l’entusiasmo di alcuni, rappresentano per la maggior parte delle persone l’anticamera di problemi futuri, la disoccupazione sopra a tutti. A “rubare” il lavoro non sarà più un altro lavoratore o un immigrato sottopagato ma una macchina. Attività economiche, che hanno garantito la sopravvivenza, il lavoro e la libertà a molti, si tramuteranno in semplici processi automatizzati.

 

Il problema: more for less

 

La questione è stata trattata in un recente articolo dell’Economist: «una parte sempre più ampia di ricchezza è creata col lavoro di pochi, mentre per la stragrande maggioranza dei lavoratori il lavoro non garantisce più un guadagno soddisfacente né, tantomeno, dignitoso» (PewResearchCenter). A tal riguardo si ricordi che colossi come Facebook e Google contano meno di 50.000 dipendenti l’uno a fronte di fatturati spaventosi. Il mercato sembra richiedere, sempre e in ogni ambito, more for less. Questa tendenza, unita ad alti tassi di disoccupazione e frustrazione, potrebbe persino alimentare movimenti xenofobi e violenti.

 

La tendenza è globale

 

Come se ciò non bastasse, il fenomeno è ampio e trasversale. In India, paese in forte espansione economica, lo sviluppo industriale e di urbanizzazione “classico” sembra rallentare a favore del settore IT. Mentre in Cina la fantomatica Foxconn sta studiando un piano per aumentare il lavoro automatizzato/digitale a discapito di quello umano. Se questo trend venisse confermato anche in altre aree del mondo, ove il costo del lavoro è inferiore rispetto alla media, si potrebbe addirittura produrre una concorrenza globale su due piani. In primo luogo tra uomo e macchina, e in seconda battuta tra forza lavoro umana sottopagata e forza lavoro umana ben retribuita.

Tramutare la paura in opportunità

 

Premesso ciò, è necessario mettere un po’ di ordine. Per prima cosa si deve ricordare che anche noi siamo, per l’appunto, il prodotto di varie rivoluzioni passate e che la capacità di adattamento è da sempre la carta vincente della specie umana. In secondo luogo, va sfatata l’idea che l’ICT revolution stia semplicemente bruciando posti di lavoro. Difatti, se è vero che nel breve periodo la forza distruttiva delle high tech startups ha comportato una diminuzione dell’occupazione nelle aree in cui si è presentata, lo stesso non si può affermare nel medio e lungo termine – Kauffman Foundation –, ove si registra un sensibile aumento dell’offerta di lavoro. Di conseguenza, l’ondata di novità tecnologiche non deve far paura ma, al contrario, stimolare un dialogo costruttivo sul da farsi.

 

La soluzione: comprendere il lavoro del futuro

 

Scendendo maggiormente nel dettaglio, due saranno le aree di discussione e sviluppo al fine di agganciarsi all’ICT revolution. Per prima cosa i lavoratori dovranno cambiare mentalità. Il lavoro a venire sarà sempre meno ripetitivo e procedurale. Al contrario creatività, intraprendenza, progettazione e adattabilità saranno punti di forza. Su un altro versante spetterà alle istituzioni, abbandonati eventuali e inutili atteggiamenti protezionistici, farsi carico di rinnovare i percorsi formativi ai fini di evitare il prossimo mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Sarà d’obbligo provvedere ad abbattere l’analfabetismo informatico, anche mediante l’insegnamento della scrittura di codici – la lingua del domani –.

 

Imparare dal passato

 

Partecipazione, adattabilità e formazione permetteranno a chiunque di partecipare ai cambiamenti, dando il proprio contributo e mantenendo viva la democrazia nella quale viviamo. Ognuno, con un’adeguata istruzione e il giusto entusiasmo, potrà trovare il proprio spazio, insediando persino colossi quali Google e Facebook. Proprio come è successo in passato ai giganti della vecchia industria con l’avvento della piccola e media impresa.

 

Al termine di questa breve analisi, dunque, una domanda sorge spontanea: chi ha paura del lavoro del futuro?

Dario Pandolfo

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