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Quale progresso per quale (idea di) lavoro

Milioni di posti di lavoro saranno obsoleti nei prossimi anni. I prezzi delle case declineranno al 5% di quelli attuali e i prezzi dei prodotti di consumo scivoleranno verso il basso in una enorme spirale deflazionaria. Non è la trama di un nuovo volume di fantascienza ma lo scenario che Larry Page, fondatore di Google, delinea in una recente intervista sul Financial Times e che sta facendo molto discutere. Per il padre di Google, lo scenario descritto non è una previsione catastrofica, ma semplicemente quello che accadrà nei prossimi anni, senza alcuna possibilità di evitarlo.

Tecnologia e occupazione

Già Keynes parlava di una possibile disoccupazione tecnologica ossia di “disoccupazione causata dalla scoperta di nuovi mezzi per risparmiare sull’utilizzo del lavoro ad una velocità superiore a quella con la quale riusciamo a trovare nuove forme d’impiego”, sostenendo allo stesso tempo che l’orario di lavoro si sarebbe ridotto raggiungendo le 15 ore settimanali. Schumpeter negli stessi anni parlava del processo di innovazione come “distruzione creatrice”, che rende obsolete certe imprese, facendone nascere di nuove o rafforzandone alcune esistenti.

Negli ultimi 30 anni la letteratura sociologica, da Rifkin in poi, è tornata a concentrarsi sulle conseguenze che lo sviluppo tecnologico, nella forma della rivoluzione informatica, avrebbe portato sui livelli occupazionali. Tutti questi studi hanno in comune il riconoscimento del fatto che la disoccupazione tecnologica genera enormi problemi e squilibri sociali.

 

Verso un capitalismo tecnologico?

La posizione di Page, invece, non fornisce giudizi di valore ma semplicemente la constatazione di ciò che sta accadendo, senza valutarne le conseguenze dirette. Difficile quindi applicare la teoria di Schumpeter per individuare in previsione chi possa beneficiare della distruzione creatrice portata dallo sviluppo tecnologico degli ultimi 5 anni. Si affaccia l’ipotesi che a beneficiarne siano le imprese stesse, in una accumulazione di capitale che potrebbe sostituire per potenza e quantità quella del capitale finanziario, un modello che potremmo definire di capitalismo tecnologico. Senza alcuna distribuzione di questa accumulazione sul fattore lavoro,  che, grazie al dominio quasi totale delle macchine nel sistema produttivo, potrebbe lentamente scomparire.

 

Produttività vs occupazione

La teoria di Page è confermata da un recente volume di due studiosi americani Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, The Second Machine Age. I due ricercatori mostrano come negli ultimi anni i tassi di produttività e di occupazione si siano allontanati sempre di più tra loro, a discapito di quest’ultima. Infatti mentre nei decenni scorsi aumento della produttività e aumento dell’occupazione si muovevano su due linee sostanzialmente parallele, oggi l’aumento della produttività coincide con la diminuzione del tasso di occupazione.

Page non offre soluzioni alla questione occupazionale ma anzi rincara la dose sostenendo che nove lavoratori su dieci, potendo, non farebbero più il loro lavoro. Il fondatore di Google sposta invece il discorso sul fronte macroeconomico: l’aumento di produttività porterà ad un notevole abbassamento dei prezzi, e ad una più semplice accessibilità di tutti di numerosi prodotti, incluse le abitazioni di proprietà. Chi ha letto l’ultimo libro di Rifkin The Zero Marginal Cost Society ritroverà molte analogie tra le due posizioni, e possiamo dire che questa sia la teoria che va per la maggiore tra i “guru” della tecnologia occidentale. È paradossale come, sul fronte politico, in Europa il problema principale che si trova ad affrontare la Banca centrale europea sia quello di combattere la deflazione tentando, per ora senza risultati, di riportare il tasso di inflazione ad unsalutare 2%.

 

Lavoro e “creazione distruttrice”

La posizione di Page apre molte domande, di natura politica, economica, sociologica e anche filosofica. La principale che dovremmo farci è una domanda tanto antica quanto attuale: che cos’è il lavoro? Oggi non è affatto chiaro che una teoria dell’innovazione non può prescindere da un preciso modello antropologico. In Page il modello è quello di un uomo che può non lavorare perché il lavoro è sostituito dalle macchine che consentiranno in futuro costi bassi dei beni di consumo evitando la necessità di stipendi elevati. Si dà per scontato in questo modo che il lavoro sia per l’uomo solo un mezzo di sussistenza e non abbia nessun legame con la realizzazione della persona.

Ci troviamo in uno scenario che, per parafrasare Schumpeter, potremmo definire di “creazione distruttrice” perché, a partire dalle nuove invenzioni che l’uomo sviluppa, e che sono queste sì frutto del suo lavoro, molto del lavoro futuro viene da queste fagocitato.

Il dibattito è aperto è fondamentale più che mai. Ridurre il tutto ad una analisi dei processi produttivi e ai loro impatti sulla vita delle persone rischia di eliminare del tutto il ruolo di conduzione proprio della politica e di chi ha a cuore la società. Il dominio, non solo economico, delle macchine dipende anche dallo spazio che viene dato ad esse. Ciò non significa fermare il progresso, ma almeno decidere chi ne sarà il protagonista.

Francesco Seghezzi

@FrancescoSeghez