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Alta formazione e ricerca: il futuro è nell’apprendistato

Se l’accostamento delle parole “apprendistato” e “università” vi suona ancora stridente, vi siete persi qualcosa. Sono passati infatti ormai più di dieci anni dalla nascita della tipologia contrattuale dell’apprendistato di alta formazione, introdotto dall’articolo 50 del dlgs. 276/2003, di attuazione della cosiddetta legge Biagi.

Prendendo esempio da una decennale esperienza positiva francese nasceva così la possibilità per i giovani tra i 18 e i 29 anni di conseguire tramite un apprendistato non solo una qualifica o un diploma professionale, bensì anche un diploma tecnico superiore o una laurea.

Dal 2008 poi in apprendistato si può concludere anche un dottorato di ricerca. E se non bastasse, dal 2011 un apprendistato può essere stipulato anche per attività svolte in un’impresa per attività di ricerca svincolate da un titolo di studio, o per svolgere parte del praticantato per l’accesso alle professioni.

Un contratto che offre la possibilità di esiti diversi, ma tutti inseriti nella medesima cornice: il raccordo e l’integrazione dei sistemi formativi e il mercato del lavoro, anche quando le competenze in gioco siano particolarmente avanzate e specialistiche.

 

Vi siete persi qualcosa, si diceva, ma è comprensibile. Si tratta infatti della forma di apprendistato meno diffusa di tutte. Non certo per la complessità della sua regolamentazione visto che è sempre possibile che aziende e istituzioni formative o universitarie stipulino convenzioni ad hoc per l’attivazione di un apprendistato di alta formazione in assenza di normativa regionale.

apprendistato di ricerca

Nemmeno si può dire che questa tipologia sconti un’avversione di carattere politico o ideologico. Eppure è trascurata anche dalla contrattazione collettiva nazionale:

 

 

Insomma, l’ostacolo principale allo sviluppo di questa particolare forma sinergica tra formazione e lavoro risiede in due deficit della nostra cultura. Da un lato gli scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo, dall’altro il mutuo sospetto con il quale imprese e istituzioni formative ancora osservano l’interazione tra scuola a lavoro. Da qui l’impreparazione degli attori ai quali liberamente spetterebbe l’attivazione dei contratti.

 

Un gap quindi anche comunicativo, che le storie di esperienze positive e di successo possono contribuire a colmare. E’ partendo da questa convinzione che ASTER, società consortile tra la Regione Emilia-Romagna e tutte le Università del territorio ha pensato di dare voce oggi alle buone pratiche presenti sul suo territorio con il programma “Wapper – What’s Apprenticeship in Emilia-Romagna” (www.wapp-er.eu). Ma gli esempi presentati durante l’evento Turboblogging svoltosi oggi a Bologna hanno molto da spiegare a tutti i territori Italiani.

 

Un vantaggio per tutti

La chiave per far smuovere il Paese dallo stallo economico si trova infatti proprio qui, almeno a osservare le esperienze internazionali. Il successo delle aree delle economie avanzate che stanno riuscendo a mantenere elevati tassi di crescita e occupazione secondo alcuni economisti è dovuto all’abilità con cui gli imprenditori del luogo sanno tradurre in realtà commerciali la ricerca scientifica di carattere accademico.

 

Un recente studio della Banca D’Italia afferma invece che la difficoltà delle imprese italiane ad adottare nuove tecnologie è data dalla mancanza di adeguate competenze che le sappiano gestire. Esattamente quanto ha confermato a Turboblogging l’ingegnere Antonio De Renzis di Marposs. Racconta l’ingegnere: “due anni e mezzo fa decidemmo quindi di costituire una scuola interna: un piccolo corso aperto a neolaureati presso la scuola superiore di ingegneria. Un’esperienza significativa soprattutto perché quegli argomenti normalmente non vengono studiati nei corsi di laurea”.

 

 

 

Ecco cosa succede quando si attiva un apprendistato di alta formazione e di ricerca.

  • L’apprendista anticipa l’ingresso nel mondo del lavoro pur restando inserito in un percorso formativo di alto livello;
  • l’azienda effettua un investimento in capitale umano altamente mirato e su misura, incidendo concretamente sul piano didattico;
  • le agenzie formative comprendono meglio quali siano le capacità e le competenze professionali richieste dal mercato e adeguano così i loro programmi e i loro percorsi formativi;
  • si favorisce quindi lo sviluppo di un mercato privato della ricerca in collaborazione con l’accademia.

 

L’apprendistato di alta formazione e di ricerca non disegna quindi percorsi di “semplice alternanza”, ma di vera e propria integrazione tra formazione e lavoro. Un connubio che il dott. Giannuzzi ha dovuto cercare tra un acceleratore di particelle e le misure di precisione della Marposs.  Lo ha trovato nello sviluppo di una tecnolgia per la trasmissione dati ad alta velocità che applica in azienda come al CERN.

 

Diversa la strada di Damiano Fontana, che ha seguito un corso di dottorato su smartcities e internet of things lavorando presso Epoca Ricerca, uno spin-off dell’ Università di Modena e Reggio Emilia. Fontana ci tiene a sottolineare come la contaminazione sia il vero meccanismo distintivo dell’apprendistato di alta formazione e di ricerca.

 

 

“Ho iniziato nel 2011 –racconta–   ed è stato uno dei primi apprendistati attivati in università. Avevo l’esigenza di coniugare lavoro in azienda e una parte più spinta di ricerca”.

 

La ricerca è essenziale però non solo per crescere, ma per differenziarsi. Lo ha chiarito Elena Guidesi, anche lei dottoranda in alto apprendistato presso AAT, uno spin-off stavolta dell’Università Cattolica di Milano. Il dottorato in alto apprendistato, racconta, le ha permesso di lavorare nell’ambito in cui ha sempre voluto farlo: quello della microbiologia.

 

 

Ma gli esempi virtosi non si limitano al settore tecnico-scientifico. Lo dimostra l’esperienza di ADAPT, che dal 2005 ha attivato in totale 76 contratti di alto apprendistato nel settore delle relazioni industriali. Tra questi 18 sono stati stipulati per il conseguimento del dottorato, 16 con apprendisti di ricerca e 42 con studenti partecipanti a master universitari cofinanziati da ADAPT.

 

https://twitter.com/turboblogging/status/542691672191434752

 

 

L’alto apprendistato è quindi un contratto in evoluzione. Proprio recentemente si è registrato il primo caso di apprendistato in alta formazione per il conseguimento del dottorato attraverso lo strumento della somministrazione. In questo caso l’impresa che gestisce il contratto e i rapporti con l’istituzione formativa è un’agenzia per il lavoro. Protagoniste sono state l’agenzia Quanta e l’Università di Trieste, che hanno dimostrato una volta di più come imprese e università possano considerarsi vicine.

 

 

 

 

 

Un vantaggio anche economico

Se tutto ciò non fosse sufficiente a persuadere del fatto che l’alto apprendistato si può fare, molto e di più, quest’ultimo esempio ci porta direttamente agli argomenti prettamente economici. Tantissimi e anche qui per tutti. L’unica condizione è essere interessati a fare innovazione.

 

Innanzitutto l’ingresso in azienda con l’apprendistato non è un ingresso qualsiasi: si tratta di un vero e proprio contratto di lavoro che dà diritto a assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, assicurazione contro le malattie, maternità, assegno familiare, nonché un regolare stipendio.

 

Le istituzioni universitarie e formative possono poi considerare l’apprendistato di alta formazione e di ricerca come un opportunità per intercettare investimenti privati, più o meno cospicui.

 

L’ alto apprendistato rappresenta infine un’occasione a dir poco straordinaria per le PMI per investire in ricerca e sviluppo:

  • L’aliquota della contribuzione imponibile è del 10%, ma le aziende che occupano fino a 9 dipendenti beneficiano di uno sgravio contributivo totale per i contratti di apprendistato sottoscritti dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2016.;
  • i benefici contributivi sono mantenuti per un anno dalla prosecuzione del rapporto al termine del periodo di formazione;
  • l’azienda può inquadrare l’apprendista sino a due livelli inferiori a quello da raggiungere al termine del periodo formativo, oppure può percentualizzare la retribuzione modulandola con l’anzianità di servizio.

 

Alcuni vantaggi particolari riguardano specificamente l’Emilia Romagna dove:

  • un giovane assunto in alto apprendistato porta una dote in azienda di 6000 euro se iscritto a Garanzia Giovani;
  • la Regione partecipa finanziariamente alla realizzazione della formazione attraverso il riconoscimento di un voucher fino a 5000 euro annui per la laurea, 6000 per un master e 7.500 per un dottorato.

 

 

 

Cosa Stiamo Aspettando?

Basta avere tra i 18 e i 29 anni ed essere iscritti a un corso universitario che faccia parte dell’offerta formativa regionale per l’apprendistato di alta formazione. Ma se così non fosse imprese e giovani possono sempre avviare l’inserimento chiedendo aiuto ai servizi di placement delle Università e ai CPI territoriali.

Per il resto le normative sull’alto apprendistato sono così semplici che basta davvero poco perché università, giovani e imprese collaborino, senza quasi che si possa distinguere il loro personale interesse da quello dell’intero Paese. Non ci perde nessuno e ci guadagnano tutti, è questo in sintesi l’apprendistato di alta formazione e di ricerca.

 

Francesco Nespoli

@FranzNespoli