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Come sta (già) cambiando il lavoro in Italia? Intervista con Anna Soru

I primi decreti del Jobs Act del 24 dicembre ribadiscono con chiarezza che la politica del lavoro del governo è volta a rafforzare il lavoro subordinato a tempo indeterminato come la forma contrattuale prevalente nel nostro paese. In questo senso vanno, secondo il governo, le nuove norme sui licenziamenti da leggersi insieme agli incentivi previsti dalla legge di stabilità sulle assunzioni utilizzando il “nuovo” contratto a tutele crescenti.

Ma dietro agli apparenti contenuti tecnici dei decreti si muove una visione del lavoro,  che in molti considerano superata. Il modello del contratto a tempo indeterminato, e dello stesso lavoro subordinato, è messo seriamente in crisi dallo sviluppo tecnologico che consente sempre di più di lavorare dove e quando si vuole, dal ciclo di vita dei prodotti sempre più breve, dai processi di esternalizzazione dei servizi.

Proprio l’esternalizzazione dei servizi ha portato all’aumento negli ultimi anni dei lavoratori autonomi professionali, e concentrarsi su questo fenomeno può essere una chiave importante per leggere la grande trasformazione del lavoro. Per far questo abbiamo intervistato Anna Soru, presidente di Acta (Associazione Consulenti Terziario Avanzato).

 

Il futuro del lavoro sarà sempre più autonomo e meno subordinato?

Il lavoro autonomo tradizionale, artigiani e commercianti, non è in crescita, è il lavoro professionale che contribuisce all’aumento dei lavoratori autonomi. L’Italia ha sempre avuto una elevata percentuale di lavoro autonomo tradizionale, che ci avvicinava a paesi del sud del mondo. La crescita del lavoro autonomo professionale invece è in linea con quanto accade nei paesi più avanzati, questo è un trend del nuovo lavoro.

 

L’Italia nell’ultimo periodo sta vivendo questa trasformazione, con i dati che parlano di un aumento del lavoro autonomo professionale. Da quali fenomeni è generato questo aumento?

Alla base c’è la diffusione dei processi di esternalizzazione dei servizi al di fuori delle strutture interne all’impresa a alle pubbliche amministrazioni. In Italia questo processo, comune a tutti gli altri paesi avanzati, è stato più accentuato perché ci si è accorti che rivolgendosi all’esterno si riesce a pagare molto di meno per gli stessi servizi e spesso avere competenze più elevate.

 

Questa è una dinamica interamente positiva o vi sono dei rischi?

Il fatto che il lavoro autonomo-professionale sia spesso utilizzato virtù dei suoi costi minori porta ad uno scarso riconoscimento del vero valore di questi lavori, riducendoli all’esigenze di spendere meno per ottenere servizi. A ciò si aggiunge il fenomeno delle false partite Iva. La legge Fornero ha cercato di intervenire su questo ma con norme che di fatto possono essere aggirate, sappiamo infatti di molte aziende che semplicemente diminuiscono le durate del contratto, o modificano la sede ufficiale di lavoro per ovviarvi.  Poletti ha annunciato di voler indicare alcuni lavori che per legge non possano essere svolti da chi ha una partita Iva, ma anche questa proposta non ci sembra possa funzionare, dato che un po’ tutti i lavori professionali possono essere svolti sia in forma autonoma, sia in forma dipendente. Ritengo che per superare questi cattivi comportamenti innanzitutto dovrebbe esserci l’impegno delle pubbliche amministrazioni, che attualmente danno il cattivo esempio (si pensi a quanti medici e ormai anche infermieri lavorano come partite iva, ma inseriti in turni ospedalieri). Inoltre non si può prescindere dai controlli, ultimamente divenuti piuttosto rari.

 

A parte la non-penalizzazione economica, quali interventi possono accompagnare quella fetta di trasformazione del lavoro che rappresentate?

Riconoscere l’esistenza del lavoro autonomo professionale, non considerarlo anomalo o qualcosa di distorto. Nel  Jobs Act è definito “normale” il lavoro dipendente a tempo indeterminato, indicando che il resto non è normale. Già superare questa visione sarebbe un buon punto di partenza, finchè non si riconosce l’esistenza del lavoro autonomo come una delle modalità lavorative  non si riconosce quello che sta cambiando nel nostro mercato del lavoro, perché il lavoro autonomo e professionale è in crescita ed è destinato a crescere ancora. Oltre alla questione fiscale e previdenziale, che è però fondamentale, tale da minare la stessa sopravvivenza di molte attività lavorative, un altro problema importante è la mancanza di una norma che garantisca tempi certi e accettabili di pagamento. Ci sono poi dei vincoli che escludono  freelance dalla partecipazione a bandi pubblici, mentre con riferimento al mercato sia privato sia pubblico, il nostro lavoro potrebbe essere stimolato se molte delle nostre attività potessero essere considerate come investimenti e non spese correnti. Gli acquisti di beni materiali sono facilmente considerati investimenti, quelli immateriali no, eppure una consulenza può essere utile allo sviluppo futuro di un’impresa ben più di un tavolo o di una libreria.

 

Il Jobs Act si concentra sul lavoro subordinato, e l’attenzione spesso rivolta al lavoro autonomo non è stata poi l’animatrice dei testi che abbiamo visto finora. A ciò si aggiunge la penalizzazione della legge di stabilità. Cosa possiamo dire?

Dopo essere stati ignorati dal jobs Act ci aspettavamo di essere considerati dalla legge di stabilità, che invece ha confermato l’esclusione dal bonus di 80 euro; non è intervenuta per bloccare l’aumento dei contributi pensionistici dal 27,72% al 30,72% ed ha sostituito il regime di favore esistente (regime dei minimi) con uno peggiorativo, perché abbassa la soglia di fatturato che determina la possibilità di fruirne (da 30.000 euro a 15.000 euro) ed aumenta l’imposta (dal 5 al 15%). In definitiva risultiamo penalizzati su tutti i fronti.

 

Margini di intervento?

Se c’è la volontà politica è ancora possibile intervenire sia sull’aliquota dei contributi pensionistici sia sulle norme fiscali, però devono fare in fretta, molto in fretta!

Francesco Seghezzi

@francescoseghez