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Le grandi trasformazioni del lavoro, un tentativo di periodizzazione*

Per poter descrivere ed analizzare la trasformazione che il lavoro contemporaneo sta attraversando è necessario in primo luogo poter individuare una sua cronologia essenziale. Troppo spesso, infatti, si individuano quali caratteristiche della trasformazione attuale trend riscontrabili già ampiamente alcuni decenni fa.

A tal fine questo contributo vuole essere un primo tentativo di una periodizzazione della grande trasformazione del lavoro, letta utilizzando il metodo di analisi di Karl Polanyi, già descritto in altri luoghi.

La tesi che vogliamo sostenere è che i cambiamenti che hanno iniziato a verificarsi nei sistemi produttivi e nella divisione del lavoro, a partire dagli anni ’80 sono diversi da quelli a cui stiamo assistendo oggi, pur in una logica evolutiva con conseguenti caratteristiche simili. In particolare, possiamo identificare una prima grande trasformazione nell’arco temporale 1980-2005 e una seconda grande trasformazione a partire dalla seconda metà del primo decennio del XXI secolo e che è tutt’ora in corso.

 

 

1. La Prima Grande Trasformazione (1980-2005)

 

A partire dagli anni ’80 il mercato del lavoro inizia a manifestare diversi cambiamenti che inducono gli studiosi a parlare di post-fordismo intendendo con esso la fine della produzione di massa tipica della catena di montaggio dell’industria novecentesca. Con essa entra in crisi il mito dell’operaio-massa come operaio-macchina che ha come compito quello di ripetere meccanicamente la stessa operazione e, per questo motivo, può essere pedina di un sistema manageriale scientifico come era quello teorizzato da Taylor e praticato dalle grandi industrie su scala internazionale.

 

 

 

1.1 Le cause tra innovazione tecnologica e terziarizzazione

 

Le cause di questa trasformazione possono essere individuate in due fenomeni: lo sviluppo tecnologico e la terziarizzazione dell’occupazione. Il primo fenomeno è tra i più studiati dai sociologi ed è tale da ripetersi sempre nel corso della storia dell’economia (vedremo infatti come non è estraneo alla seconda trasformazione) e consiste nel rapporto diretto tra innovazione tecnologica dei mezzi di produzione e sconvolgimenti nell’organizzazione del lavoro umano. Lo sviluppo tecnologico degli anni ’80-90, con l’introduzione del computer nella gestione della produzione ha fatto sì che l’organizzazione scientifica del lavoro, fino ad allora garantita da una minuziosa gestione spazio-temporale dei semplicissimi compiti degli operai, potesse essere gestita da un sistema informatico che governava le macchine. Questo cambiamento, possibile certo grazie ad una parallela innovazione delle macchine stesse, permetteva un aumento della produttività e allo stesso tempo un risparmio sul costo del lavoro, dettato soprattutto dalla fuoriuscita di molti lavoratori, non più necessari, dal mercato.

Ciò ha fatto sì che a coloro rimasti nelle industrie manifatturiere fossero richieste competenze maggiori per poter controllare e partecipare alla gestione del nuovo sistema di produzione. Questo ha portato a nuove forme di organizzazione come il Total Quality Management (TQM), il Just in Time (JiT) delivery e la lean production che hanno segnato gli anni 80-90 e prodotto un ampio dibattito scientifico nel mondo anglosassone. L’entusiasmo per i nuovi modelli di produzione della Toyota e in generale del management nipponico, insieme alle sue critiche, hanno caratterizzato la letteratura di questo periodo, e possiamo per questo parlare di una coscienza critica della trasformazione.

 

Ulteriore causa della trasformazione, e in parte legato a quanto appena detto, è stato l’affermarsi dell’economia dei servizi come settore principale nel quale il mercato del lavoro opera. In una celebre copertina dell’Economist già nel 1983 si parlava di New economy per descrivere il fenomeno del passaggio di consegne tra questi due settori dell’economia nel monopolio del mercato del lavoro. Tale cambiamento ha avuto conseguenze centrali per il mondo del lavoro moderno, concentrando sempre di più le competenze richieste al lavoratore nel campo delle competente intellettuali rispetto a quelle fisiche richieste dalla grande industria.

 

Possiamo individuare tale cambiamento come il fenomeno principale della prima grande trasformazione, poiché conseguenza principale di entrambe le cause cha abbiamo descritto, ossia, in sintesi: l’emergere della centralità del lavoratore nei sistemi produttivi generato dall’aumento delle competenze richieste a causa dell’innovazione tecnologica e della terziarizzazione dell’economia.

 

 

1.2 Fu una vera rivoluzione?

 

Abbiamo già affrontato brevemente le conseguenze che tale trasformazione ha portato nella concezione del lavoro ma è necessario qualche approfondimento. Seguendo Polanyi vogliamo individuare se davvero è stato un nuovo modello di società e quindi del valore sociale che il lavoro riveste, a determinare questa trasformazione. Sappiamo infatti seguendo l’autore ungherese che, nel caso opposto, si creerebbero notevoli squilibri socio-economici che porterebbero la società a organizzarsi per difendersi da essa.

La conseguenza che possiamo trarre dall’osservazione delle trasformazioni degli ultimi vent’anni del XX secolo è che si realizzarono tutte sostanzialmente all’interno del modello capitalistico proprio del secolo. Il sistema classico di domanda e offerta all’interno del mercato del lavoro fece sì che molti lavoratori passassero dal settore manifatturiero al settore dei servizi, o, peggio,  venissero espulsi dal mercato.

L’economia dei servizi degli anni ’90 e dei primi anni 2000 è caratterizzata infatti dal predominio della categoria giuridica della subordinazione, forma contrattuale propria dell’industria novecentesca. I mezzi di produzione infatti, anche in questi settori, restano quasi totalmente nella proprietà dell’imprenditore, e non potrebbe essere altrimenti poiché il capitale fisso è caratterizzato ancora da un elevato prezzo.

Se quindi da un lato troviamo un maggior riconoscimento delle competenze individuali, soprattutto in certi settori della manifattura di precisione e nel terziario avanzato, dall’altro già negli anni ’90 si iniziava a parlare di un fenomeno di cui oggi si discute molto, come se fosse contemporaneo: la polarizzazione del lavoro.

Possiamo quindi riassumere, sempre sintetizzando molto il ragionamento, che la trasformazione che il mondo del lavoro ha subito in questo arco di tempo è stata sicuramente fondamentale e ha delineato uno scenario molto differente da quello del fordismo, ma allo stesso modo il post-fordismo così come si è sviluppato non è stato protagonista di una rivoluzione socio-antropologica come quella che viviamo oggi, poiché non ha determinato uno stacco marcato dal modello novecentesco.

 2. La seconda Grande Trasformazione (2006-oggi)

 

 

Dopo aver descritto, in estrema sintesi, quelle che riteniamo essere le linee guida principali della prima grande trasformazione è ora necessario rivolgersi alla trasformazione ora in atto. Svolgere questo compito è sicuramente più complesso in quanto significa accingersi a descrivere un fenomeno ancora in corso e, per questo motivo, esimendosi dal fornire un giudizio complessivo. Ci si può limitare quindi a mostrare quali sono gli aspetti che fanno pensare ad una trasformazione del lavoro molto più radicale, che investe non solo la dimensione economica e i sistemi produttivi, ma la società stessa fino a delineare una visione nuova del rapporto tra uomo e lavoro.

 

 

 

2.1 La crisi del paradigma della subordinazione

 

Abbiamo scelto di porre come inizio di questa nuova grande trasformazione il periodo successivo al 2005 poiché è in questo momento che, attraverso la diffusione della rete internet sugli smartphone, possiamo considerare la connettività come una azione esercitabile da ogni essere umano in (quasi) tutti i luoghi . Non si tratta della data di lancio del primo smartphone (che risale ai primi anni ’90) ma dell’anno in cui possiamo notare l’inizio del calo dei costi di utilizzo del web su mobile e allo stesso tempo del miglioramento delle prestazioni, in modo che la connettività di un device portatile era diventata pressoché quella di un pc. La diffusione delle rete internet di per sé aveva contribuito molto alla diffusione di conoscenza e strumenti che, senza di essa, erano difficilmente raggiungibili, ma lo strumento dello smartphone, insieme al tablet e agli strumenti che consentono connessioni internet ovunque via laptop, ha conseguenze centrali sul mondo del lavoro contemporaneo.

La principale conseguenza dell’uso di questi strumenti è che, in larga parte, il lavoratore oggi possiede i mezzi di produzione. Questo discorso vale ovviamente per l’economia dei servizi, ma consideriamo questa il settore principale nel quale si muove il mercato del lavoro oggi.

Se viene messa in crisi la dipendenza del lavoratore dai mezzi di produzione dell’imprenditore inizia a crollare drammaticamente tutto un modello. Infatti è la proprietà dei mezzi di produzione che impone un determinato luogo di lavoro ed un determinato orario, in quasi tutte le professioni. Il fatto che la maggior parte delle attività lavorative possa essere svolta attraverso uno strumento elettronico connesso alla rete, e che attraverso di esso, attraverso la tecnologia cloud si possa entrare in possesso e modificare la totalità delle informazioni necessarie per svolgere la propria attività ha una portata rivoluzionaria. L’economia della conoscenza non è più una componente centrale nel lavoro dipendente, come poteva essere nei sistemi industriali più avanzati fino all’inizio del XXI secolo, ma acquista uno spazio proprio nel mercato del lavoro creando figure che non possono essere chiaramente qualificati né come lavoratori dipendenti né come lavoratori autonomi e che richiedono una adeguata riflessione da parte della giurisprudenza per individuare una forma contrattuale che risponda a tali novità.

 

A ciò si aggiunge come attraverso lo sviluppo di attività imprenditoriali legate all’uso di internet e degli smartphone, il capitale fisso necessario per avviare un proprio business spesso venga ridotto, poiché si modifica completamente la richiesta di servizi da parte di consumatori. Pensiamo all’impatto che ha avuto Ebay, grazie al quale chiunque può mettere in vendita un prodotto di sua proprietà, allungando in questo modo il ciclo di vita dei prodotti e creando un mercato interno che è slegato dai classici processi di produzione industriale. In generale il modello dell’e-commerce si pone come una rivoluzione del sistema della domanda di beni, per cui non vi è più un canale diretto tra produttore e mercato, ma questo viene mediato da una piattaforma tecnologica che diventa centrale nel processo di vendita ma che può essere creata e gestita senza il possesso dei mezzi di produzione industriale, ma solamente di quelli tecnologici.

 

Questi due fenomeni socio-economici, tra loro strettamente legati, scardinando la logica della subordinazione, a nostro parere, contribuiscono ad una crisi irreversibile del paradigma fordista e, nei suoi limiti sopra descritti, post-fordista aprendo ad una fase nuova e che ancora non possiede un nome.

 

 

 

2.2 La portata del cambiamento e le sfide future

 

È evidente dalla breve descrizione fatta che, se proseguiranno in questa direzione, questi trends della seconda grande trasformazione prenderanno sempre più la forma di una rivoluzione sociale e antropologica. Riteniamo che questa possa essere letta come una rinnovata centralità della persona del lavoratore (con una scarsa e sempre più ridotta differenza tra imprenditore e dipendente) che, grazie all’utilizzo della tecnologia, possa dare spazio alle proprie inclinazioni professionali e alle proprie competenze, e allo stesso tempo, sempre grazie alle informazioni e alla condivisione che essa consente, di accrescere sempre di più tali competenze.

 

È oltremodo evidente come questa fase di transizione non si possa attraversare senza numerose fasi critiche. Infatti la crisi di un paradigma socio-economico, a differenza di uno scientifico, ha un diretto impatto sulla vita degli esseri umani, e questo impatto inizia ad essere sotto gli occhi di tutti. Una numero sempre più grande di professioni e mestieri viene reso obsoleto dallo sviluppo tecnologico, principalmente nel settore manifatturiero ma anche in quello dei servizi. (pensiamo all’impatto che possono avere i robot, o all’impatto che l’e-commerce ha sulle attività di vendita al dettaglio). Lo spazio che le tecnologie aprono alla persona nel suo approccio al mondo del lavoro infatti, consentono sì una maggiore libertà di iniziativa, ma allo stesso tempo richiedono una maggiore responsabilità in quanto la garanzia di una occupazione sarà la prassi in sempre meno settori e sempre più sarà centrale la capacità di monetizzare le proprie competenze.

 

Contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dalla descrizione effettuata, la responsabilità che le tecnologie affidano alla singola persona non devono condurre ad un modello individualista, ossia alla continuazione dell’homo oeconomicus con altri mezzi. L’utilizzo collettivo della rete internet, la condivisione di informazioni, lo scambio e la funzione gratuita di informazioni che fino a poco tempo fa erano considerate private sta conducendo verso un modello economico che ha nella socialità la sua dimensione principale. Del resto pratiche come il coworking e il crowfunding si sono sviluppate a partire da questa seconda fase della trasformazione, che quindi presenta indubbiamente ampi spazi a modelli sociali non-individualisti.

Allo stesso tempo alcuni dati recenti mostrano come nuove forme imprenditoriali basate sulle nuove tecnologie, da ultime Facebook e Uber, contribuiscono a formare posti di lavoro, e non solo a distruggerli.

3. Conclusione

 Abbiamo tentato di descrivere quella che a nostro parere può essere una convincente periodizzazione della trasformazione del lavoro contemporaneo, a partire dagli anni ’80. È apparso chiaramente come l’impatto delle nuove tecnologie nella forma di internet e degli smartphone implichi profondi cambiamenti nel rapporto tra l’uomo e il lavoro. È altresì evidente come non siano da negare le evoluzioni che i cambiamenti nell’organizzazione della produzione hanno portato durante la fine del XX secolo, ed è possibile affermare che non possiamo leggere le due trasformazioni come eventi che tra loro non hanno legami. Per seguire il modello epistemologico di Khun da noi utilizzato possiamo dire che la prima grande trasformazione ha contribuito ad avanzare i primi dubbi sul paradigma fordista, tanto da far parlare di post-fordismo. Allo stesso tempo la permanenza del termine fordismo all’interno della definizione di questa nuova era rivelava il fatto che si fosse ancora nelle battute finali di tale fase.

 

Il tema trattato ha bisogno di numerosi approfondimenti su diversi fronti: una caratterizzazione più dettagliata dei nuovi modelli di produzione del post-fordismo, il ruolo dei processi di esternalizzazione dei servizi, l’analisi dei cambiamenti dei cicli di vita dei prodotti, l’ampiezza della diffusione effettiva delle tecnologie che caratterizzano la seconda grande trasformazione, la possibilità di diffusione di esse su scala globale, l’impatto che questa trasformazione avrà sulla legislazione del lavoro, come questo nuovo lavoro possa essere rappresentato da un sindacato moderno. Ma soprattutto ci interessa capire quali sono i cambiamenti che questa trasformazione chiede alle politiche del lavoro, in modo da tentare di limitare il più possibile i rischi di un cambiamento improvviso e, allo stesso tempo, accompagnarlo senza esserne schiavi. Sarà compito di successivi lavori il tentare di completare il quadro, sempre nella consapevolezza che stiamo tentando di interpretare un cambiamento in atto, operazione che implica un elevato rischio di errore. Tanto elevato quando la necessità di una collaborazione tra punti di vista e discipline che possono aiutare a cogliere sfumature che due soli occhi spesso non riescono a vedere. Non possiamo, per questo, che augurarci che la sfida di interpretare questa trasformazione venga colta da un numero sempre maggiore di studiosi.

 

 

Francesco Seghezzi

@francescoseghez

Direttore ADAPT University Press
Visiting fellow, School of Industrial and Labour Relations, Cornell University

 

*Il presente contributo in versione estesa e con note è pubblicato in un omonimo Working Paper Adapt University Press.