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Come incide l’innovazione tecnologica sul futuro del lavoro?

Riusciremmo oggi a vivere e lavorare senza internet, a comunicare senza Skype, Twitter o le e-mail, a viaggiare senza aerei o treni? Riusciremmo a mettere da parte i nostri smartphones o tablet? La risposta a queste domande è molto controversa soprattutto se si va ad analizzare come sviluppo e innovazione tecnologica hanno radicalmente cambiato il nostro modo di vivere, ma soprattutto il nostro modo di lavorare. È da qui che parte l’analisi del Report TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment della (Oxford Martin School e Citi GPS, a cura dei proff. Frey e Osborne) che si pone l’obiettivo di valutare come impatteranno le nuove scoperte in ambito tecnologico sul mondo del lavoro.

 

Con il World Wide Web siamo tutti sostituibili?

 

Nel corso della rivoluzione industriale, con l’introduzione di macchine che rendevano più efficienti le linee produttive, è notevolmente cresciuta la domanda di personale con bassa specializzazione che svolgeva mansioni complementari con quelle delle macchine. Giunti agli anni duemila lo sviluppo tecnologico ha accelerato notevolmente grazie all’introduzione del World Wide Web e del digitale permettendo, in molti casi, la completa sostituzione dell’uomo con la macchina. Grazie all’introduzione dell’intelligenza artificiale questa sostituzione è stata possibile non solo nelle mansioni routinarie, ma anche per quelle con una bassa componente cognitiva.

 

Questo fenomeno ha provocato un innalzamento del livello minimo di competenze richiesto spostando molti lavoratori con media professionalità verso mansioni a basso valore aggiunto ed incrementando ulteriormente la disparità di reddito che si era delineata con l’industrializzazione. Infatti, se le precedenti rivoluzioni sostanziali del mondo del lavoro avevano portato benefici per l’intera società, permettendo per esempio di produrre la Ford-T ad un prezzo accessibile ai più, lo stesso, a conti fatti, non si può dire per il World Wide Web. Il digitale ha permesso l’accesso a contenuti gratuiti, ma per quanto riguarda il lavoro ha creato nuove mansioni, caratterizzate da un’elevata qualificazione le quali hanno rubato spazio ai lavoratori poco qualificati. Ciò che accadrà in futuro non ci è dato saperlo, ma secondo le previsioni di Frey e Osborne lo sviluppo tecnologico, sempre più rapido, metterà, nel corso del prossimo decennio, ad elevato rischio sostituzione il 47% della forza lavoro statunitense.

 

Per questo motivo considerano fondamentale che i governi capiscano l’importanza e la portata del fenomeno di evoluzione. L’obiettivo che gli organi sovrani si devono porre è quello di stabilire nuove regole del gioco prevedendo piani a lungo termine. Esemplificativo di questa situazione che non può essere trascurata è il caso della Silicon Valley che secondo alcune stime nel 2014 ha avuto una capitalizzazione combinata delle aziende che ci operano di $1,09 trilioni per un’occupazione totale di circa 137.000 lavoratori, mentre nel 1990 a Detroit, nelle tre più grandi aziende, lavoravano 1,2 milioni di persone con una capitalizzazione di $36 milioni.

 

Gli effetti su salari e capitale

 

Se da un lato bisogna costatare gli effetti positivi in termini economici che la tecnologia ha portato, dall’altro bisogna notare le dirompenti conseguenze avute sul mercato del lavoro. La prima ricaduta che si è costatata negli anni duemila è il blocco della crescita di produttività del lavoro e salari. La prima aveva subito una rapida impennata all’inizio degli anni Novanta salvo poi rallentare a causa di un calo del dinamismo economico. Più difficile è spiegare perché i salari non siano cresciuti congiuntamente alla produttività. La motivazione in questo caso si può ricercare nella natura mutevole dell’innovazione che da un lato aumenta la produttività e congiuntamente i salari, mentre dall’altro va a rappresentare la quota capitale che sostituisce il lavoro umano. In questo secondo caso la crescita della produttività va analizzata come miglioramento della quota di reddito derivante dal capitale la quale contribuisce alla concentrazione della ricchezza.

 

Allo stesso tempo bisogna costatare che non tutto il male viene per nuocere: grazie alla tecnologia è necessario meno capitale umano per avviare una nuova attività, in questo modo è possibile vedere la nascita di aziende come Whatsapp, Instagram, Facebook e via dicendo che magari, se avessero avuto bisogno di una grande dotazione di capitale umano iniziale, e di conseguenza economico, non sarebbero mai nate. Con la tecnologia che prende sempre più la forma di capitale che sostituisce il lavoro, la disuguaglianza di reddito è probabile che continui ad aumentare. Per rompere questa tendenza è fondamentale un cambiamento di mentalità seguito da politiche e investimenti. L’obiettivo che il report oggetto d’analisi si pone è proprio capire dove lo sviluppo economico ci stia portando così da essere pronti alle nuove sfide che questo ci metterà di fronte.

 

La tecnologia al lavoro: cenni storici

 

Per molti secoli lo sviluppo tecnologico è stato impedito dai regnanti perché gli stessi temevano che innovando gran parte della popolazione avrebbe perso il posto lavoro. Questa mentalità di mantenimento dello status quo tecnologico, diffusa fin dall’impero romano, è stata superata solo dopo la rivoluzione industriale la quale ha permesso di comprenderne fino in fondo i benefici. Proprio in quel periodo è stato possibile spostare la produzione dalle piccole botteghe artigiane alle grandi aziende nelle quali, grazie all’introduzione della macchina a vapore e successivamente della catena di montaggio, fu possibile ridurre i tempi di produzione ed aumentare notevolmente la complessità dei prodotti finiti. In questo periodo i principali beneficiari erano i lavoratori a bassa specializzazione, fondamentali nel supporto alla catena di montaggio, la quale permise di passare da un unico lavoratore adibito alla produzione, l’artigiano, a molti, ovvero gli operatori della catena i quali vedevano notevolmente ridotto lo sforzo fisico con contemporaneo aumento dei salari.

 

È dal XX secolo, in particolare dopo l’introduzione dell’energia elettrica, che ha iniziato a diffondersi l’idea che la tecnologia giovasse soprattutto agli addetti con maggiori competenze. Dopo la ristrutturazione delle fabbriche furono introdotti macchinari elettrici che sostituivano, in tutto o in parte, il lavoro dell’uomo e richiedevano addetti con competenze specifiche sulle singole macchine. Allo stesso tempo l’aumento della produzione ha portato ad un incremento della concorrenza, con successiva necessità di ottimizzazione e quindi miglioramento della produttività al fine di mantenere il vantaggio competitivo.

Dagli anni Ottanta fino ad arrivare ai giorni nostri negli USA si è registrato un fenomeno definito “polarizzazione del lavoro” ovvero un continuo aumento di domanda di lavoratori che si trovano alle estremità più alte e più basse dello spettro delle competenze. Diventa così relativamente più facile trovare lavoro per operatori poco qualificati che svolgono mansioni non routinarie come quelle nel settore delle costruzioni, dei trasporti e delle manutenzioni ed installazioni e per quei lavoratori definiti “high skilled” come gli operatori del diritto, del architettura, del design e simili.

 

Alla luce di ciò la storia economica non ci permette di avere risposte certe se quelle che saranno le ricadute sul futuro mercato del lavoro. Se un tempo bastava spostarsi dalle campagne alle città per trovare lavoro oggi è necessario continuare ad istruirsi e riqualificarsi in modo da restare sempre al passo con i tempi e seguire i mutamenti che il mercato del lavoro subisce nel corso degli anni.

 

Il futuro del lavoro nel XXI secolo

 

John Maynard Keynes già all’inizio novecento parlava di “disoccupazione tecnologica” sostenendo che l’automazione avrebbe progressivamente tolto l’uomo dal mercato del lavoro sostituendolo con macchine più efficienti. Uno dei motivi per cui quanto sostenuto da Keynes non si è ancora avverato va rintracciato nel fatto che la sostituzione dell’uomo con la macchina porta ad un efficentamento dei processi e quindi ad una riduzione dei prezzi di vendita. La conseguenza diretta a tale fenomeno è un aumento del reddito reale (al netto dell’inflazione) che permette l’aumento di domanda in settori nuovi andando ad aprire nuovi spazi occupazionali. Se fino ad ora la “disoccupazione tecnologica”  è rimasta solo una preoccupazione, molti iniziano a temere che da qui a poco si possa realizzare quanto predetto tempo fa da Keynes. Il report dedica un intero capitolo, il quarto, all’analisi delle possibili implicazioni che lo sviluppo tecnologico potrebbe avere sul mercato del lavoro del XXI secolo.

 

Dall’avvento del calcolatore elettronico in poi la tecnologia non ha mai frenato il suo sviluppo esponenziale ed il periodo in cui viviamo non sarà da meno. Come detto in apertura si prevede che il 47% dei lavoratori americani rischierà di essere sostituito nei prossimi dieci anni e anche se la medesima percentuale non è estendibile a tutti gli altri paesi possiamo affermare che le professioni a rischio sostituzione sono le stesse in ogni parte del mondo. I settori più a rischio sono: i trasporti, la logistica ed il supporto amministrativo. Anche gli operatori del settore dei servizi a basso valore aggiunto, che fino a poco tempo fa erano ritenuti tra i più sicuri di posto di lavoro, devono iniziare a temere la sostituzione. Nonostante questa repentina inversione di tendenza, ci sono professioni che per ora possono dormire sonni tranquilli e sono quelle caratterizzate da interazione sociale e alto tasso creativo, abilità che non sono ancora proprie dei robot. Nonostante questi sviluppi negativi, dei trend positivi si prevedono per professioni come l’esperto di reti o lo sviluppatore web. La progressione tecnologica apre nuovi orizzonti e settori in cui potersi cimentare, i quali offrono un salario che è pari al doppio del salario medio degli USA, allo stesso tempo, però, richiedono un livello d’istruzione minimo piuttosto elevato. In questi campi sarà ampia la richiesta di personale specializzato, di conseguenza si può facilmente intuire come sarà sempre più importante investire nella riqualificazione e ricollocazione di coloro che si trovano ai margini del mercato del lavoro facendoli convergere verso quelle nuove professioni che le aziende iniziano a richiede a gran voce.

 

Oltre a questi aspetti bisogna però analizzare anche un approccio diverso al lavoro, che già esisteva, ma che si è sviluppato notevolmente grazie all’avvento della tecnologia: il lavoro autonomo. Fare impresa, oggi, richiede una quantità di capitale iniziale molto ridotto rispetto al passato, se non si hanno fondi si possono sfruttare le piattaforme di crowdfounding, se il mercato fuori di casa non è sufficientemente redditizio si può vendere dall’altra parte del mondo tramite l’utilizzo della rete. Questi sono solo alcuni degli esempi dei fattori positivi che lo sviluppo tecnologico ha portato e che hanno permesso al lavoro autonomo di svilupparsi notevolmente sia nelle nazioni più sviluppate sia in quelle meno. Se da un lato bisogna ammettere che è stato visto come l’ultima spiaggia per molti disoccupati, dall’altro per molti è una scelta dettata da una nuova visione del rapporto di lavoro. Per un numero sempre crescente di persone l’idea di passare interamente la propria vita lavorativa agli ordini dello stesso capo è vista come datata e non più attuale in un mondo in continuo mutamento.

 

La Digital Transformation tra rischi ed opportunità

 

Ovviamente anche il Report riconosce che non è tutto oro quel che luccica e nel capitolo 5 approfondisce quali sono i rischi e le opportunità che la trasformazione digitale offre. Tra i rischi individua la già ampiamente analizzata creazione di disparità economiche che l’introduzione della tecnologia porta con sé, andando a concentrare la maggior parte del reddito nelle mani di pochi. Per quanto riguarda le opportunità, invece, fa riferimento ovviamente all’incremento della produttività. In questo senso viene specificato come non sia sufficiente l’introduzione di tecnologie innovative per avere tout court un fulmineo incremento della produttività del lavoro. Sono necessari, innanzitutto, delle fasi di business process re-engineering che consentano l’effettiva implementazione delle stesse nelle aziende. Nonostante ciò, uno studio (Madden & Savage, 1998) dimostra che la crescita della produttività segue gli investimenti nelle tecnologie digitali con ritardi compresi tra i cinque ed i quindici anni rispetto alla loro introduzione. È quindi evidente che non siamo ancora in grado di reperire dati sufficienti per giudicare l’effettivo incremento di produttività portato dalle tecnologie introdotte negli anni duemila.

 

Adattarsi al cambiamento tecnologico: percorsi e strategie

 

Joseph Schumpeter descrive il cambiamento tecnologico e la “distruzione creativa” come il cuore pulsante di un capitalismo che è tenuto in moto da un continuo rinnovamento dell’intero sistema economico. L’era digitale, però, può portare con sé cambiamenti ben più importanti rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Per fare in modo che sia un’era inclusiva e non distorsiva è necessario comprendere le sfide che offre e prevedere delle strategie e dei piani a lungo termine per assecondarla ed evitare di entrare in un periodo di stagnazione secolare. Difficile oggi prevedere quando si varcherà quella sottile linea di non ritorno oltre cui le conseguenze negative dell’innovazione tecnologica divengono incontrovertibili, sicuramente quel momento è molto vicino. Questo genere d’innovazioni sono già presenti nei nostri laboratori e sulla loro effettiva applicazione o meno molto incideranno due fattori: la disponibilità di manodopera a basso reddito e l’attivismo politico.

 

Il grande rischio è che molti lavoratori che non colgono il cambiamento rischiano di essere lasciati indietro nel tempo. Diviene così fondamentale modificare in modo profondo le regole del mercato del lavoro. Come abbiamo analizzato dettagliatamente in precedenza, per effetto della “polarizzazione” il numero dei lavoratori a basso salario aumenterà notevolmente nei prossimi anni. Diviene quindi fondamentale fare in modo che la maggior parte della loro retribuzione resti nelle loro tasche, cosa che non succede, soprattutto in molti paesi europei. Il motivo è il cosiddetto “cuneo fiscale”, ovvero la differenza tra il costo del lavoro per il datore e la retribuzione netta percepita dal dipendente, differenza che viene destinata al pagamento di contributi previdenziali e imposte e tasse legate al lavoro. La riduzione di tale differenza, che in alcuni Paesi come Belgio, Francia ed Ungheria è quasi del 50%, può essere un modo efficace per aumentare le retribuzioni nette o aumentare l’occupazione per via della diminuzione del costo del lavoro. Oltre a ciò è fondamentale prevedere delle politiche attive che vadano ad aiutare i disoccupati nella ricerca di un lavoro retribuito. Queste politiche inclusive sono da anni sperimentate con grande successo nei paesi scandinavi dove il modello della flexicurity permette di mantenere un livello di disoccupazione a lungo termine molto basso. Ciononostante in molti stati europei gli investimenti annui rivolti alle politiche attive restano ancorati ai valori del 2007, quando il numero di disoccupati era molto inferiore (in Italia oggi s’investe solo lo 0,5% del PIL in politiche attive, in Danimarca si arriva al 2%).

 

Questi possibili spiragli di luce nel mercato del lavoro sono però di difficile applicazione se si analizzano i costi in termini fiscali che ne conseguono e che vanno ad aggravare le casse pubbliche, messe in ginocchio dalla riduzione del gettito causato dall’aumento della disoccupazione. In passato tale problema era risolto dagli stati con un periodo di recessione. Oggi questa via non è più possibile ed i debiti pubblici, già molto elevati, obbligano a cercare risorse altrove per finanziare l’aumento della spesa pubblica. Le proposte che il report offre sono l’aumento delle aliquote marginali sui redditi più elevati, l’aumento dei tassi d’imposta sui redditi di capitale e sui redditi delle società ecc. con una contestuale lotta all’evasione e all’elusione fiscale impedendo la fuga verso i paradisi fiscali.

 

La sfida chiave del XXI secolo sarà quindi quella di rendere di nuovo la crescita inclusiva. Come analizzato l’unico modo per continuare a trovare un’occupazione sarà la continua acquisizione di nuove competenze. Per questo motivo decisivo diventerà il costo dell’istruzione per i bilanci sia pubblici sia privati. Un aiuto può venire ancora una volta dalla tecnologia che può essere utilizzata per ottimizzare questo settore, come successo per tutti gli altri. Inoltre è importante rivedere i modelli d’insegnamento: è fondamentale introdurre la possibilità di fruire dei migliori corsi anche a distanza, ma soprattutto, come sostenuto da Clayton Christensen, è necessario che studenti con competenze e background diversi non debbano più essere inquadrati dentro percorsi universitari rigidi tipici del modello classico del diciannovesimo secolo. Solo così si possono agevolare, per prezzi e facilità di fruizione, anche quei lavoratori che, messi ai margini del mercato del lavoro, hanno la necessità di riqualificarsi e di rimettersi a studiare a quaranta o cinquant’anni.

 

Come difendersi da uno sviluppo tecnologico tanto inevitabile quanto avanzato?

 

Il Rapporto TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment analizza in modo dettagliato e pessimistico un processo di sviluppo ed innovazione che è impossibile fermare. Fin dall’antichità l’uomo ha sempre cercato di evolversi, di raggiungere nuovi confini cercando di migliorare la propria esistenza. A ciò va aggiunto che, ad oggi, non abbiamo dati che correlino in modo diretto sviluppo tecnologico ed aumento della disoccupazione. Se quindi si può dire che sviluppo ed innovazione sono inevitabili, questo non vuol dire che debbano essere processi non controllati. Il problema della sostituzione uomo/macchina, e della disoccupazione che ne consegue, va affrontato con attenzione. Con l’entrata nel mercato del lavoro in maniera sempre più preponderante delle generazioni che con i PC è nata, probabilmente potrebbe essere necessario rivedere l’attuale concezione dell’operaio che domani potrebbe diventare non più un mero pezzo di una catena di montaggio, ma un informatico con approfondite competenze in tecnologia ed intelligenza artificiale. Guardando al futuro, probabilmente le maggiori criticità in tema di disoccupazione si riscontreranno nei paesi dove il costo del lavoro è oggi molto basso. Un gran numero di aziende di produzione sta oggi spostando in queste zone le proprie attività con l’obiettivo di aumentare le marginalità. La tecnologia però si deprezza ad un ritmo sostenuto e quindi arriverà il momento in cui anche i lavoratori di queste zone saranno sostituiti dalle macchine perché più costosi e meno efficienti. Se si considera che nella gran parte dei casi si tratta di persone con basso livello d’istruzione è facile intuire la difficoltà che si avrà nel ricollocarle.

 

Utile anche valutare le soluzioni che il Report propone per sopperire ai maggiori costi pubblici che un pesante intervento di riduzione del cuneo fiscale e di politiche attive porterebbero alle casse dello stato. Incrementando ulteriormente l’imposizione fiscale sulle imprese si rischierebbe di portare le più a chiudere i battenti aumentando ulteriormente la disoccupazione e, di conseguenza, i costi delle politiche attive ai quali sarebbe connessa una contestuale riduzione del gettito fiscale. Lo stesso si può dire per l’imposta sui capitali. Come rappresentato dalla curva di Laffer il gettito fiscale non aumenta in modo proporzionale all’aumentare dell’aliquota. La conseguenza a tutto ciò sarebbe la fuga dei capitali verso paesi a bassa fiscalità.

 

Il fatto che le risorse siano di difficile reperimento non vuol dire che la strada non sia quella corretta. Più che concentrarsi sull’impedire lo sviluppo tecnologico è fondamentale investire pesantemente in politiche attive degne di tale nome. L’obiettivo deve essere quello di guidare i disoccupati verso una riqualificazione che permetta loro di acquisire nuove competenze effettivamente spendibili in un mercato del lavoro in continuo mutamento. Dall’altro lato è doveroso giocare d’anticipo formando adeguatamente le future generazioni, dando maggiore importanza alle soft-skill, quelle competenze adatte per restare flessibili e pronti ad affrontare il cambiamento. La parola chiave deve essere “adattabilità”: inutile fornire ai nostri ragazzi solo ed esclusivamente una filiera di competenze utili allo svolgimento di una mansione che da domani potrebbe essere svolta in modo più efficiente da un robot.

Andrea Cefis
ADAPT Junior Research Fellow
@AndreaCefis

* Analisi del Report TECHNOLOGY AT WORK. The Future of Innovation and Employment.