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Credere nel lavoro per festeggiare davvero il Primo maggio

Occupazione in calo, occupazione in aumento. Meno disoccupati, disoccupazione ancora altissima. Giovani senza futuro, giovani bamboccioni. È molto difficile oggi farsi una idea chiara di cosa stia accadendo nel mercato del lavoro italiano. Ed è molto più difficile, se non un vero e proprio enigma, orientarsi nella grande trasformazione che il mondo del lavoro e della produzione sta vivendo negli ultimi anni. Proprio questo smarrimento è oggi il nodo principale a cui guardare con serietà, spirito critico e desiderio di analisi. Invece il dibattito nostrano non fa altro che concentrarsi, con la complicità di tutti, su dati di dettaglio, parole come precarietà e stabilità, dualismi che oggi sono più che superati dai fatti ma che restano vivi nei consessi accademici e nella sempre più diffusa convegnistica sul lavoro.

Non per nulla in Italia restano 22,5 milioni le persone che lavorano, con un esercito di quasi 10 milioni di inattivi, irregolari e sommersi e quasi 3 milioni di disoccupati. Cifre che gli spostamenti di uno zero virgola, fosse anche di un punto percentuale, non riescono a scalfire e che restano ferme come un muro insuperabile tra l’Italia e un mercato del lavoro moderno come quello della maggior parte dei Paesi Europei che ci vedono ancora come fanalino di coda, insieme a Grecia e pochi altri, per tasso di occupazione specie per quanto riguarda donne e giovani. Dati che, se si pensa alle riforme messe in campo col Jobs Act e, soprattutto, al generoso esonero contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato che ci costerà quasi 20 miliardi. Un macigno per la finanza pubblica che non sarà giustificato da occupazione aggiuntiva, che è ben altra cosa dalla stabilizzazione di contratti precari o da flussi mensili altalenanti.

Le riforme degli ultimi 10 anni, figlie di una tendenza iper-legislativa come approccio alla regolazione del lavoro, non hanno portato alcun significativo aumento di occupazione e oggi ogni lavoratore italiano è sempre nella stessa situazione di dover mantenere sé stesso e altre due persone.primo maggio disoccupazione occupazione

Con una aggravante non secondaria: i giovani sono sempre più in difficoltà a trovare un lavoro e i loro tassi di occupazione e disoccupazione sono da scenario post-bellico. Sono loro, insieme alle donne delle quali meno di una su due lavora, il vero dramma del nostro Paese.  E lo diciamo proprio nel giorno in cui si dovrebbe festeggiare il secondo anniversario di Garanzia Giovani che, con i suoi 1,5 miliardi di euro dedicati a migliorare l’occupabilità dei nostri giorni, aveva anch’essa creato inevitabili aspettative. Sappiamo però che la garanzia non c’è stata e che ancora 700mila giovani iscritti al piano sono in attesa di una proposta concreta.
E anche in questo caso si pensa di risolvere il problema con artifici e giochi di prestigio con il fiato corto, basati sull’utopia di una staticità del mercato del lavoro che consentirebbe ad un ragazzo di trovare un lavoro soltanto se un anziano va in pensione. Dimenticando che gli occupati italiani over 55 sono sotto la media europea e che la grande trasformazione del lavoro porta con sé rischi di sostituzione di numerose professioni da parte dell’automazione e della digitalizzazione. I nostri giovani hanno più che mai bisogno di un sistema formativo che li aiuti a sviluppare i loro doni e talenti trasformandoli in competenze delle quali il mercato del lavoro ha bisogno. Di un sistema di politiche del lavoro che possa aiutarli ad incontrare domanda e offerta. Di una scuola che non abbia paura di incontrare fin da subito il mondo dell’impresa e del lavoro. Di imprese che scommettano sulla formazione dei giovani. Insomma, non soltanto soluzioni a breve termine, ma una progettualità e una visione sul futuro.

Nonostante lo scenario descritto, che purtroppo ogni anno sembra confermato, non riusciamo a non voler festeggiare questo primo maggio. Non riusciamo perché anche in questo contesto resta viva e vera la convinzione che, insieme all’educazione di cui esso è portatore, il lavoro sia un ambito di dignità e di valorizzazione della persona al quale non si può rinunciare. Festeggiare il lavoro significa per noi festeggiare la creatività, l’unicità, la bellezza della persona all’opera nel mondo. E festeggiarlo oggi significa guardare la realtà di oggi e il suo futuro con occhi positivi, perché non sarà mai il luogo in cui l’uomo è schiavo della tecnica, di un robot o di un algoritmo. Ma sarà sempre un luogo in cui esso potrà esprimersi, trasformandolo, migliorandolo, cambiandolo.

Può sembrare una utopia, un modo per cercare di tranquillizzarsi di fronte a scenari preoccupanti (anche se spesso esagerati e volutamente esasperati), ma per noi non è così. Nessuna utopia, forse un po’ di idealismo di chi ancora crede che con lo studio, la ricerca, la formazione di centinaia di giovani, si possa concretamente incidere per migliorare il mercato del lavoro, creando spazi per chi davvero ce l’ha a cuore. Recuperando quelle idee, vecchie ma in realtà da rispolverare per dargli nuovo lustro, di rappresentanza, sussidiarietà, pluralità, centralità della persona e dei corpi sociali, che, crediamo, possano aiutare a uscire da una crisi che non è certo finita.

Emmanuele Massagli @EMassagli

Presidente di ADAPT

Flavia Pasquini @PasquiniFlavia

Commissione di certificazione DEAL – UNIMORE

Francesco Seghezzi @francescoseghez

Direttore ADAPT University Press

Silvia Spattini @SilviaSpattini

Direttore di ADAPT

Michele Tiraboschi @MIchele_ADAPT

Direttore scientifico di ADAPT

Il mercato del lavoro in Italia di riforma in riforma (infografica) 

Garanzia Giovani due anni dopo. Analisi e proposte, a cura di Giulia Rosolen e Francesco Seghezzi