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I risultati della Terza Indagine tra le imprese sui rischi nuovi ed emergenti (ESENER 3)

Il 21 novembre scorso l’Agenzia Europea per la salute e sicurezza ha reso noti i risultati del terzo sondaggio europeo condotto tra le imprese sui rischi nuovi e emergenti.

L’Agenzia ha inteso cosi proseguire il prezioso lavoro iniziato già 10 anni fa con una prima indagine e proseguito poi con una seconda edizione della indagine che è stata pubblicata nel 2014.

Il questionario somministrato a circa 40.000 aziende ha inteso indagare principalmente  quattro aspetti: l’approccio generale alla gestione della salute e sicurezza ,da parte del personale dedicato, nelle aziende site negli Stati Membri dell’Unione Europea; la percezione relativa ai principali fattori che consentono lo sviluppo di buone politiche di gestione della sicurezza e  agli ostacoli riscontrati, le modalità di partecipazione dei lavoratori nella rilevazione e gestione dei nuovi rischi.

L’indagine ha riguardato i paesi aderenti all’Unione Europea, nonché l’Islanda, la Macedonia settentrionale, la Norvegia, la Serbia e la Svizzera. La struttura del questionario sottoposto è stata mantenuta sostanzialmente uniforme rispetto alle passate edizioni in modo da valutare correttamente i cambiamenti occorsi negli anni.

Sviluppato con il supporto di governi e parti sociali a livello europeo, ESENER-3 mira così a comprendere le specifiche esigenze a livello aziendale identificando i fattori che incoraggiano o ostacolano l’azione in materia di sicurezza.

Per quanto riguarda il tema della complessiva gestione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro vengono riportati innanzitutto i dati relativi alla valutazione del rischio, giustamente definita “pietra angolare dell’approccio europeo alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”. Il 77% delle imprese con numero di dipendenti superiore a 3 dichiara di svolgere regolarmente la valutazione dei rischi. Concentrandosi sui dati relativi ai singoli Stati Membri dell’Unione Europea, si è registrato un aumento nel numero di aziende che effettuano regolarmente la valutazione dei rischi rispetto al dato rilevato nel 2014. I Paesi più virtuosi risultano essere la Finlandia, la Slovacchia e l’Austria. Emerge anche il dato assai positivo della Serbia, quale Stato extra UE.

La ricerca metta in evidenza il fatto che sarebbe auspicabile che la valutazione del rischio fosse condotta da personale interno all’azienda che ha diretta e maggiore conoscenza dei fattori di rischio. Tra gli Stati Membri dell’Unione Europea, emerge che in Svezia nell’85% delle aziende il personale dichiara che la valutazione del rischio è interna. Mentre in Spagna solo nel 10% delle aziende la valutazione del rischio viene svolta dal personale interno.

Appare interessante anche il dato relativo alla valutazione dei rischi relativi al personale che lavora fuori dal perimetro degli stabilimenti aziendali, non intendendosi compreso in questa analisi il lavoro reso da casa. Il 65% delle aziende che dichiara di avere questo tipo di accordi con i lavoratori afferma di tenere conto dei rischi nel documento di valutazione. Tanto appare in modo particolare in Italia (79%) e Lussemburgo (76%).

Le figure di supporto a cui si ricorre per la migliore gestione degli obblighi in materia di salute e sicurezza sono medici del lavoro, medici con specializzazione in salute e sicurezza o esperti nella prevenzione degli infortuni sul lavoro. Un elemento di criticità è invece rappresentato dal dato relativo alla presenza di psicologi di supporto nella gestione dei rischi psicosociali. Infatti solo il 18% delle aziende negli Stati Membri dell’Unione Europea dichiara di avvalersi di queste figure professionali. Esaminando poi quegli stabilimenti che non effettuano regolari valutazioni del rischio, i motivi principali addotti sono che il rischio e i pericoli sono già noti (83% degli stabilimenti) e che non ci sono problemi importanti (80% degli stabilimenti). Questo dato induce tuttavia ad interrogarsi sulla effettiva consapevolezza dei rischi, che spesso coinvolge soprattutto le aziende di minori dimensioni.

Passando ai motivi che spingono invece le imprese a garantire al meglio la salute e sicurezza dei lavoratori, il principale è considerato l’adempimento dell’obbligo giuridico.

Il secondo fattore che motiva le aziende a gestire con correttezza le problematiche di salute e sicurezza è l’esigenza di soddisfare le aspettative dei lavoratori e dei loro rappresentanti. L’indagine infatti mostra che quattro stabilimenti su cinque che effettuano regolarmente valutazioni dei rischi   riferiscono di aver coinvolto i propri dipendenti nella progettazione e nell’attuazione di misure seguenti alla valutazione del rischio.

La complessità degli obblighi legali è ancora segnalata come una delle maggiori difficoltà dal 39% degli stabilimenti nell’Unione Europea, dato questo leggermente in calo rispetto al 40% del 2014. La ripartizione per paese mostra tuttavia un quadro molto diversificato, con le quote più elevate registrate in Belgio e Francia (52% degli stabilimenti), a differenza di Lettonia (14%), Lituania (15%) e Finlandia (16%).  È interessante notare che in Italia la percentuale di aziende che menzionano la complessità del dato legale è in netta diminuzione rispetto al dato registrato nel 2014.

 La percezione da parte delle aziende dei rischi emergenti, in particolare dei rischi psicosociali

 Per quanto riguarda i rischi emergenti nell’indagine vengono considerati quelli psicosociali e quelli legati alla digitalizzazione del mercato del lavoro. Risulta innanzitutto dai questionari somministrati che un’elevata percentuale di lavoratori nelle aziende degli Stati Membri dell’Unione Europea deve fronteggiare rischi di carattere psicosociale. Ci si riferisce al dover affrontare pazienti, clienti e alunni difficili (61%) e alla difficoltà di gestione del tempo (44%). Tra amministratori del personale che dichiarano la presenza di rischi psicosociali, nel 21% delle aziende considerate essi sono percepiti come più difficili da gestire rispetto ad altri rischi; tale difficoltà è rilevata innanzitutto nei paesi nordici: Svezia (43%), Danimarca (38%) e Finlandia (34%).

Concentrandosi sul dato secondo cui fattori di rischio psicosociale sono più difficili da gestire rispetto ad altri rischi tipici della salute e sicurezza l’indagine dimostra che una riluttanza a parlare apertamente di questi problemi sembra essere la principale difficoltà da affrontare (è infatti dichiarata nel 61% degli stabilimenti nell’UE-28).

Tutte le altre difficoltà considerate (mancanza di consapevolezza da parte del personale / della direzione e mancanza di competenza o supporto specialistico), emergono più frequentemente con l’aumentare delle dimensioni aziendali.

In particolare nei casi aziendali in cui viene segnalato di dover trattare con clienti, pazienti o alunni difficili, il 58% di coloro che impiegano 20 o più lavoratori riferisce di avere una procedura in atto per far fronte a possibili casi di minacce, abusi o aggressioni da parte di clienti, pazienti o altri (media UE-28, in aumento rispetto al 55% nel registrato nel 2014). Questa percentuale sale all’80% tra le aziende che svolgono attività di assistenza sociale e di tutela della salute.

Nello studio appare anche che solo il 59% delle aziende considerate dichiara di disporre di informazioni sufficienti per includere i rischi psicosociali nella valutazione del rischio.  Questo è un dato che deve indurre alla riflessione e all’azione poiché indica che circa il 40% delle aziende ritiene di non essere adeguatamente supportato nella valutazione dei rischi psicosociali.

Rischi attesi connessi all’uso di nuove tecnologie

Al fine di misurare meglio i cambiamenti sociali ed economici, nell’indagine è stata inclusa una nuova sezione sull’impatto della digitalizzazione sulla salute e sicurezza dei lavoratori. Esiste innanzitutto una grande diversità per quanto riguarda i tipi di tecnologie digitali utilizzate. La presenza di PC nei luoghi di lavoro fissi (85%dei casi) e laptop, tablet, smartphone o altri dispositivi mobili (77%) è segnalata in tutti i settori di attività e classi di dimensione aziendale. Solo nel 6% dei casi  non vengono utilizzate tali tecnologie.

Tuttavia e con estrema problematicità risulta che solo nel 26% delle aziende in tutta l’Unione Europea si è discusso del potenziale impatto dell’uso di nuove tecnologie sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori.

Inoltre, in relazione all’impatto atteso nei prossimi anni dell’uso delle nuove tecnologie gli intervistati annoverano problematiche connesse alla flessibilità del luogo e dell’orario di lavoro (66%). Fa riflettere inoltre che molti richiamino  i rischi ricollegabili alla sedentarietà (65%) e ai movimenti ripetitivi (60%).

L’importanza della partecipazione dei lavoratori attraverso il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza

Infine, per quanto riguarda la partecipazione dei dipendenti nella scelta e attuazione di misure e concentrandosi su quelle aziende che dichiarano di aver utilizzato misure per prevenire i rischi psicosociali nei tre anni precedenti l’indagine, il 61% degli stabilimenti indica che i dipendenti hanno avuto un ruolo nella progettazione e nella definizione delle stesse misure. A causa della natura dei rischi psicosociali, ci si aspetterebbe che le misure in questo ambito comportino un coinvolgimento diretto dei lavoratori e un livello particolarmente elevato di collaborazione da parte di tutti gli attori sul posto di lavoro, ma i risultati non lo suggeriscono.

Per quanto riguarda le forme di rappresentanza dei dipendenti, quella del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è la figura maggiormente presente nei luoghi di lavoro. Infatti tale rappresentante risulta essere presente nel 59% delle aziende dell’Unione, percentuale leggermente superiore rispetto a quanto registrato nel 2014.

Per settore, le quote più alte si registrano tra gli stabilimenti di estrazione mineraria e cava e di elettricità, gas, vapore e aria condizionata (72%), seguiti da istruzione e attività di assistenza sanitaria e sociale (69%). Come previsto, questi risultati sono in gran parte determinati dalle dimensioni dello stabilimento.

L’elemento davvero critico è rappresentato dal fatto che ben un terzo delle aziende intervistate negli Stati Membri dell’Unione dichiara di non avere alcuna forma di rappresentanza dei lavoratori, con punte preoccupanti in alcuni Stati come la Polonia, dove risulta che nel 61% delle aziende non vi è alcuna forma di rappresentanza dei lavoratori per la sicurezza.

Questo sulla rappresentanza è l’elemento conclusivo del rapporto dell’Agenzia Europea della salute e sicurezza.

La stessa Agenzia precisa che questi risultati costituiscono i primi esiti pubblicati e che ulteriori analisi dei dati emergenti da questi questionari saranno analizzati negli anni 2020-2021.

Paola de Vita
Dottore di ricerca in Relazioni di lavoro internazionali e comparate